sabato 24 gennaio 2026

Il Concerto a mare



Forse qualcuno ricorderà...
Nell'estate del 1958, corse voce che il famoso Lido delle Rose, stabilimento storico su palafitte che ancora oggi esiste a Marechiaro, avrebbe ospitato un'orchestra per omaggiare le nostre belle e antiche canzoni napoletane. si fecero i nomi di Nunzio Gallo, di Gloria Cristian, di Maria Paris e di altri cantanti dell'epoca. In quegli anni non c'erano tante distrazioni, e questa sembrò una bella occasione per raggiungere via mare questo concerto serale, gradevole e gratuito.

Da Donn'Anna e da Giuseppone arrivarono alcuni gozzi a motore e lance con fuoribordo che andarono ad ancorarsi a raggiera sotto al lido. Perfino una delle motobarche fece una corsa fuori programma trasportando dalla città gli appassionati delle canzoni napoletane. L'aria tiepida, l'odore delle alghe, la luna alta nel cielo, le persone sorridenti per questa "passeggiata" fuori programma sul mare, l'armonia di queste canzoni che conoscevamo tutti, contribuirono alla riuscita della serata.

Alla fine del concerto si vide una lunga processione di barche che, interrompendo a tratti la scia luminosa della luna, tornavano al loro approdo trasportando persone felici.



Il Lido delle Rose a Marechiaro, negli anni '50

lunedì 29 settembre 2025

Teresa (Sisina)

Anni '50

Sisina era una bella giovane (come si diceva allora), madre di due bambini piccoli, biondini, abbronzati e vivacissimi. Avevano gli occhi neri, svegli e intelligenti, che illuminavano i loro visetti sudici. Con il marito Umberto, che portava avanti la famiglia, Sisina abitava in un basso al Pallonetto di Santa Lucia. Erano una bella coppia. 

Lui, coi capelli ricci e scuri, un fisico atletico e gli occhi chiari, faceva il pescatore ; lei, magra, diritta e snella, andava a servizio nelle belle case delle famiglie benestanti che sovrastavano il quartiere popolare del Pallonetto. Quando la pesca era andata bene, Umberto portava i bambini alla Villa Comunale e pagava coi pochi soldini guadagnati, che permettevano loro di fare un giro sul carrettino trainato dalle caprette. 

E questa, per Sisina e i bambini, era la felicità! 

Ma quando, specie in inverno, la pesca era scarsa, o le condizioni del tempo non permettevano l'uscita in mare, Umberto si trasformava. Era irascibile, andava a bere al bar, tornava alticcio, scattava per niente e diventava violento, picchiando la povera Sisina che, innamoratissima, pensava fosse quasi giusto che venisse sfogata su di lei la sua frustrazione. Poi, improvvisamente, anche quando la pesca era stata quasi infruttuosa e i pochi soldi scarseggiavano, Umberto smise di picchiarla e Sisina cominciò a deperire. 

Gradualmente perse il sorriso e non faceva altro che piangere. 

Le vicine di casa, anch'esse mogli di pescatori, non si spiegavano questo cambiamento finché lei non disse : "Nun me vatte cchiù, nun me vo'  cchiù bbene!".

E allora un coro di Luciane, compreso il problema e immedesimandosi nella sofferenza del sospetto tradimento di Umberto, quasi all'unisono intonò un incoraggiamento. Più o meno tutte dicevano : "Nun é niente!", "Nun téne a nisciuna!", "Nun te preoccupà, chillo stasera véne e te vatte!". E così, quasi speranzosa dell'  "attenzione" che il marito potesse ancora riservarle, Sisina si calmava.

Storia vera, inquietante, molto triste e commovente al tempo stesso, per la totale sottomissione di una giovane donna ai repentini scatti d'ira di un marito da lei amato con tutta sé stessa.

Pescatori al largo di Santa Lucia negli anni '50


sabato 12 aprile 2025

Aprile

Già il nome ti mette di buon umore. 

Queste tre sillabe in fila hanno l'effetto di una dolce carezza. L'aria finalmente tiepida ti porta un profumo nuovo, di piante in sboccio. E su tutto prevale quello inebriante e delicato del glicine.

E allora sbirci nei giardini finché non ne trovi la fonte e godi nel vedere quei grappoli lilla, fragili e purtroppo di breve durata. Il pensiero torna a tempi lontani, quando la domenica di Pasqua, a mezzogiorno, si scioglieva la "Gloria" e, dopo che erano stati rimossi tutti i drappi viola che avevano ricoperto le immagini sacre in segno di lutto, le campane delle tante chiese della città suonavano a festa, tutte insieme. Le famiglie andavano a messa e si scambiavano gli auguri.

I negozietti di dolciumi, insieme alle caramelle sfuse, alle more, alle barchette, alle girandole di liquirizia, vendevano le pecorelle di zucchero. Si compravano e si regalavano primule e violacciocche, e la gente era sorridente. Ci si accontentava di poco.

Le varie stazioni radio trasmettevano di continuo, alternativamente, le canzoni napoletane. Cantavano tutti: cantava il ragazzo in bicicletta che portava il pane, cantava l'imbianchino, il calzolaio, lo scalpellino, l'operaio. Cantavano le donne che rassettavano con le finestre aperte.

Era forse un modo per tenersi compagnia, per apprezzare la bella giornata, per partecipare al mondo la propria serenità.

Il ritmo della vita era lento. C’erano l’amicizia, il rispetto, la semplicità di vita. 

C’era la solidarietà. Ci si voleva bene.




Primavera a Posillipo - foto di Luna y Valencia

mercoledì 19 marzo 2025

L'inverno

A Posillipo, l'inverno era considerato, ed era, un breve intervallo tra la stagione balneare terminata da poco, e la prossima in arrivo.
Tutti apprezzavano la nuova visione del mare, non più placido, ma burrascoso, diverso, affascinante.

C'era un rifiuto all'idea che potesse fare freddo, e infatti era raro vedere persone imbacuccate - al massimo coperte con una giacca a vento - anche perché, avendo incamerato tanto sole e tanto calore vivendo all'aria aperta durante la primavere e l'estate precedente, non recepivano il freddo. 

Nelle sere d'inverno mi piaceva tanto scendere a Giuseppone.

Ad ogni curva della strada l'odore della salsedine arrivava più forte ed invitante, specie quando c'era vento. E quando c'era vento, e si arrivava allo slargo con la fontanella, un lampione solitario, sospeso in alto, dondolava impazzito, come una campana senza batocchio, illuminando alternativamente la torre di Villa Volpicelli, il bar ormai chiuso di Rosaria, parte della darsena, la finestra di Giovannina.

La piazzetta era deserta. Il ristorante chiuso a sua volta; i pescatori si erano rintanate nelle loro piccole case. La città risultava illuminatissima, dietro ad un mare nero solcato in orizzontale da onde lunghe bordate di bianco, che smorzavano la loro corsa contro la scogliera e l'imbarcatoio, e si ritraevano rumorosamente trascinando un po' di sabbia e qualche ciottolo. 

Di giorno, invece, quando soffiava la tramontana, l'aria tersa sembrava di cristallo, e la cima del Vesuvio , a volte innevata, donava una pennellata di bianco che interrompeva tutti quei vari toni di blu, del cielo, della montagna e del mare increspato a scaglie d'argento. Era, come dicevo, una visione completamente diversa da quella estiva, quando all'imbrunire, sullo scivolo, erano tirati a secco i "canotti", che sarebbero stati affittati il giorno dopo. L'odore della nafta era sparito, ma la magia di quel posto, così intimo e particolare, continuava e continua ancora...




Il mare d'inverno a Giuseppone

lunedì 23 settembre 2024

Storia di un'amicizia

Renato, posillipino per eccellenza, viveva sul mare e per il mare. Aveva fatto tutta la trafila dei ragazzi di Posillipo: bagni a tutte le ore e in tutte le stagioni, tuffi, pesca con il coppo, con la lenza, con la canna, con la polpara, con il fucile subacqueo. Poi scoprì la vela, e partecipò a varie regate nel golfo. Appena poté comperò un gozzo, sul quale imbarcava i suoi amici, sempre di più numerosi, e iniziò a pescare anche a traina.

A Napoli, a metà degli anni '50 i sub che utilizzavano le bombole erano pochissimi. Renato non si lasciò scappare l'occasione di provare, e si innamorò di questo nuovo modo di vivere il mare. Quello che era iniziato come un gioco, diventò poi per lui anche un lavoro.

Luciano, che se non sbaglio era salernitano, giunto a Posillipo si adeguò immediatamente al modo di fare e di essere di questi napoletani decisamente particolari. Simpaticissimo, sveglio, svelto, affabulatore, fece subito amicizia con tutti. Anche lui appassionato di immersioni subacquee, conobbe Renato e furono entrambi contattati dalla Pirelli per posare cavi sui fondali tra la terraferma e le isole. 

Alla fine degli anni '50 le immersioni subacquee avevano iniziato a prendere piede, e sempre più numerosi diventavano gli appassionati. I più anziani, quelli che le avevano scoperte per primi, tentavano il salto di qualità. Cominciò a spargersi la voce che in Sardegna c'erano numerosi ed enormi banchi di corallo che non aspettavano altro che di essere raccolti. Allora, a Napoli, il corallo veniva pagato molto bene dalle storiche fabbriche che lo lavoravano a Torre del Greco.

Renato e Luciano partirono. Effettivamente il corallo c'era, ed era molto pregiato. L'unica difficoltà consisteva nel fatto che si trovava fra gli 80 e i 100 metri di profondità.

Per due esperti come loro questo non era il problema, bisognava però calcolare la durata dell'immersione, comprensiva delle soste per la decompressione, in base alla capacità delle bombole. Raccontavano che per passare il tempo durante queste soste obbligate, giocavano alla morra cinese.

Un giorno se la videro brutta. L'erogatore di Renato si tranciò in parte contro un ramo. Luciano se ne accorse subito, ed entrambi capirono che dovevano risalire al più presto, ma c'era il famoso problema delle tappe per la decompressione. Si alternarono a prendere l'ossigeno da un unico boccaglio, e furono costretti a utilizzare anche i rispettivi bombolini di emergenza. Finalmente emersi, finirono entrambi nella camera iperbarica e questo cementò per sempre la loro amicizia.

Tornarono poi a Napoli. Vendettero molto bene il loro corallo, e aprirono un negozio di fronte all'imbarco degli aliscafi, a Via Caracciolo. 

Renato, forte della sua esperienza di velista, si occupò di rifornire il negozio di redance, morsetti, tenditori, passacavi, bitte, sagole, ecc.. erogatori, boccagli, maschere, pinne, guanti palmati, profondimetri, tabelle di decompressione, cinture con piombi, torce, pugnali e fucili, erano esposti nelle vetrine, mentre una serie di compressori lavorava a pieno ritmo per ricaricare le bombole. Oltre alle mute della Technosub, della Cressi e della Mares, Renato e Luciano, con una intuizione geniale, pensarono bene di confezionare le mute su misura. Comprarono rotoli di neoprene di vari spessori, e istruirono i due ragazzi che lavoravano con loro, a ricomporre i pezzi tagliati, sigillandoli con il mastice apposito. In un angolo del negozio c'erano boe, gavitelli, catene di tutte le misure, parabordi... Al lato opposto, cime e cordami, di manilla, canapa, nylon e ancore a ombrello e a due, a tre e a quattro marre.  Bussole, carte nautiche e anemometri erano conservate negli stigli. All'interno del negozio, a rotazione, venivano esposti i gommoni in vendita. Il più ambito era sempre lo Zodiac, che era anche il più costoso. I motori fuoribordo erano l'Evinrude, il Mercury e il Chrysler, oltre al simpatico Seagull, lento e sicuro, ma adatto ai gozzi e alle barche di legno.

Barche di legno che ormai, verso la metà degli anni '60, stavano purtroppo cedendo il posto alle imbarcazioni in vetroresina, indubbiamente più pratiche data la manutenzione pressoché nulla, ma che facevano inorridire i "puristi". Il top si raggiunse quando Luciano, tornato da una fiera nautica, impose in negozio dei battelli senza prua, ma con un ampio prendisole. Si chiamavano Boston Whaler, erano americani, ed erano più adatti ai fiumi che al mare. Nessuno avrebbe pensato che questa novità potesse incontrare successo, ma Luciano aveva la vista lunga. Contattò la ditta che li produceva: si fece inviare i due modelli sul mercato, li espose, e li vendette in una settimana. E in una stagione ne vendette una decina. Gli affari andavano alla grande, ma Luciano pretendeva sempre di più. Alle varie offerte aggiunse alcuni elementi di arredamento nautico (tovagliette, cuscini, vassoi, bicchieri, lampade in ottone etc). Intanto, sempre più persone compravano grandi motoscafi cabinati, e fu lanciata la pesca d'altura. E quindi nel negozio comparvero anche il sediolino rafforzato e orientabile, e il cinturone con la vaschetta per appoggiare la pesantissima canna. Con la sua chiacchiera Luciano sarebbe stato capace di vendere l'intera attrezzatura da sub anche a qualcuno che non sapeva nuotare.

Renato, più riflessivo e tranquillo, titubava, e avrebbe voluto sì allargare l'offerta, ma gradualmente, senza rischiare troppo. D'altra parte le cose andavano bene. Finirono per litigare. Luciano, convinto che Renato avrebbe mollato, propose di separarsi, e che uno dei due avrebbe liquidato all'altro la quota spettantegli. Si trattava di una grossa cifra, data anche tutta la merce in magazzino. 

Renato stette male, considerava questo negozio come una sua creatura. Si prese dei giorni per pensarci, e la tensione tra loro era palpabile. Si consigliò con i parenti, con gli amici. Alla fine si accordarono. Renato, facendo grandi sacrifici - anche perché aveva messo su famiglia - divenne l'unico proprietario di questo negozio, che entrambi avevano creato con tanto entusiasmo. Parlò con il proprietario del locale, e rinunciò alla zona destinata all'ufficio e a una vetrina dell'esposizione. Licenziò a malincuore la segretaria, e uno dei ragazzi addetti alla vendita, e si accinse ad affrontare con ansia e preoccupazione questa nuova avventura.

Luciano ci rimase malissimo. Stettero a lungo senza salutarsi, e pur trattando lo stesso ambiente, cercavano di evitare di incontrarsi. Luciano diventò yacht broker. Agiva sul mercato delle imbarcazioni usate, sia sulla compravendita, sia soprattutto per il noleggio. In genere questo lavoro viene svolto da un'agenzia, ma Luciano, forte della sua parlantina e della sua simpatia, lavorò in proprio con buon successo. Gli pesava però parecchio la rottura con Renato, e l'aver lasciato quel negozio per sempre. Dopo un paio d'anni tornò in Sardegna. Tramite amici comuni, chiedeva notizie di Renato, che faceva altrettanto. Ognuno dei due sapeva tutto dell'altro, e si preoccupava che le cose andassero bene. Poi si seppe che Luciano si era ammalato. Un amico dalla Sardegna chiamò Renato, dicendogli che Luciano voleva rivederlo. Renato si precipitò, dimenticando all'istante tutti gli screzi che c'erano stati. Partì la sera stessa. Lo trovò sciupato e sofferente, ma il sorriso dolce con il quale fu accolto, e l'abbraccio stretto, lo fecero sperare in una miglioria. Purtroppo non fu così. Renato gli rimase accanto come un fratello affettuoso, ricordandogli tanti tanti episodi, anche divertenti, degli anni trascorsi insieme. Quando gli lasciò la mano, in silenzio e a porte chiuse, pianse tutte le sue lacrime. 



domenica 30 giugno 2024

L'incanto

"...Che intender non lo può chi non lo prova"

Scendevo lungo il viale per raggiungere la mia casarella sul mare e mi inebriavo del profumo del caprifoglio, dei gelsomini e della resina dei pini. Era il tramonto, e le minuscole trombette delle belle di notte si schiudevano man mano, colorando di viola acceso i margini dei tornanti. Le cicale si erano improvvisamente zittite, e fra poco sarebbe iniziato il delicato concerto dei grilli. Nel momentaneo silenzio un garrire frenetico di uccelli attraversò il cielo, e stormi provenienti da tutte le direzioni si riunirono e iniziarono il loro saluto al sole, dividendosi in due, tre, quattro scaglioni, per poi ricongiungersi volando insieme velocissimi e disegnando meravigliose, incredibili figure simili a onde in burrasca.

Mentre lontano dalla vista l'astro sempre più rosso, annegando lentamente nel mare, colotava ad ovest l'aria di arancione,  la luna spuntava timida dietro la Montagna, per poi salire in alto e prendersi la scena. Mi sentivo una privilegiata, per poter assistere a tutta questa bellezza, e ancora ritengo di esserlo stata, sia per averlo potuto vivere, che nel poterlo oggi ricordare.

Quando c'era la luna piena, la scia luminosa brillava fin sotto alla terrazza, e a volte veniva momentaneamente spezzata per un attimo passaggio di un gozzo di pescatori. 

Avevo una gattina nera -Kalì, si chiamava-, che nei giorni di plenilunio scompariva. Era piccola, misteriosa, magica. Sapevamo che trascorreva la notte sugli scogli, in adorazione della luna, e quando ritornava, all'alba, profumava di mare.

Uno stormo di uccelli danza sulla collina di Posillipo 


domenica 18 febbraio 2024

La confessione

L'Istituto Nazareth era una scuola religiosa gestita da monache ed era ubicato su due piani di un grande, antico palazzo al Calascione. L'asilo e la scuola elementare occupavano il piano terra. Le grosse stanze che fungevano da aule affacciavano su due vaste terrazze che abbracciavano due lati dell'isolato. Al piano terra c'erano inoltre la cappella, il refettorio per le bambine che facevano il doposcuola, la presidenza, la stanza dei professori, l'economato. C'era anche un giardino con aiuole ormai cementate che ospitavano uno splendido, enorme albero della canfora, e qualche rachitico, malato e malandato albero di arance selvatico.

Al primo piano che si raggiungeva tramite una lunga scalinata erano alloggiate le "grandi". Infatti, dalle medie al ginnasio e al liceo, le alunne passavano al piano superiore. Tante stanza in fila, adibite ad aule, si raggiungevano passando in un corridoio ad elle, sul quale davano tutte le porte. Nell'ultima stanza, che affacciava sul giardino sottostante, c'erano i gabinetti. Un lavandino unico, stretto e lungo, che sembrava un abbeveratoio per le mandrie, era sormontato da vari rubinetti distanziati dai quali usciva soltanto acqua gelata. Poi c'erano tre gabinetti in fila, separati da pareti di Bruckner. La parte superiore non aveva soffitto.

Avevo dieci anni. Ero magrissima, leggera e agile. Mi venne in mente di fare uno scherzo. Entrai in uno dei gabinetti, mi chiusi dentro con il lucchetto (uno di quelli che si chiudevano facendo entrare la fascetta metallica in un passante di ferro), misi un piede sul bordo del water, con una certa difficoltà salii con l'altro piede sul pomo della maniglia, e a forza di braccia riuscii a tirarmi su aggrappandomi nell'angolo di una delle pareti divisorie. Mi accertai che non mi avesse visto nessuno e mi lasciai scivolare fuori.

Dopo una mezz'ora circa, dalla mia classe, sentimmo delle voci allarmate. Qualcuno aveva scoperto che uno dei gabinetti era chiuso dall'interno e che, pur bussando, nessuno rispondeva.

"IL PANICO!"

La vecchia Madre Superiora, agitatissima, chiese a tutte le insegnanti di fare l'appello e vedere chi potesse mancare. La vicepreside cercava disperatamente senza trovarlo il factotum della scuola : bassino, imberbe, leggermente sovrappeso, era uno di quei personaggi senza età e dal sesso incerto (scelto forse per evitare di cadere in tentazione) che spesso ruotano intorno alle comunità ecclesiastiche e religiose.

Una delle monache, più "ardita" delle altre, si offrì di salire su una scala e di affacciarsi dall'alto. La proposta fu accettata. Noi tutte partecipavamo con trepidazione, e vedevamo questa decina di monache che, affannatissime, camminavano avanti e indietro nel corridoio, scontrandosi come formiche impazzite. Finalmente l'ardita salì lentamente sulla scala, che era sorretta da tutte le sue agitatissime colleghe, con le braccia alzate. E mentre il sollievo fu grande perché si scopri che nessuna alunna era rimasta chiusa dentro, né si era sentita male, adesso nessuno poteva spiegarsi come il lucchetto avesse potuto chiudersi da solo.

Dopo qualche giorno arrivò un prete, che non potendo venire a benedire i... gabinetti, fu costretto a benedire anche tutte le classi e noi alunne. Le suore, pensando che forse qualcuna di noi fosse indemoniata, se avessero potuto ci avrebbero fatto esorcizzare. Intanto il famoso factotum, tornato da una commissione e messo rapidamente al corrente dell'accaduto, si calò a fatica dall'alto nello spazio ristretto, e aprí finalmente il lucchetto, facendosi anche lui le croci. Venne anche un falegname, che segò la parte bassa della porta di una ventina di centimetri.

Il prete che venne a benedire era il nostro parroco : un giovane sacerdote che veniva da un paese dell'avellinese e che mi conosceva bene, anche perché ogni domenica, dopo la messa, con mio padre, mia madre e mio fratello, andavamo in sacrestia a salutarlo. Mentre aspettavamo che si cambiasse, io notavo sempre un orrendo cuscino che occupava la seduta della sua poltrona. Era un cuscino rotondo, di seta grezza con un volant tutto intorno, e al centro c'erano tre papaveri rossi tutti aperti e un bocciolo verde, ricamati a punto a croce e a punto pieno.

C'era una certa signora della aristocrazia napoletana, molto riconoscente a mia nonna (non so perché), che ogni Natale la omaggiava di un cuscino fatto da lei e ad ogni pasqua le mandava un dolce tosto da morire, che sapeva di bicarbonato. I dolci, bene o male, venivano fatti fuori da me e da mio fratello, ma i cuscini erano sempre talmente brutti da non poter essere neppure riciclati. Ma questo, brutto come e forse più degli altri, fu destinato al nostro parroco che, per dimostrare di aver gradito, fu costretto a tenerlo in vista.

Ogni primo venerdì del mese tutte noi, in fila per due, e con in testa i veli bianchi, accompagnate dalle monache, andavamo a prendere la comunione alla chiesa di Santa Maria degli Angeli. Il giorno prima il nostro parroco era venuto al Nazareth a confessarci. Alla fine della mia confessione, dove gli raccontavo che avevo litigato con una compagna, che avevo risposto male a mia madre, che avevo detto una bugia e altri peccati veniali, lui mi domandava : "Sei sicura di non avere altro da confessare?" - "No", rispondevo io, che invece avevo il mariuolo in corpo.

Al piano inferiore, in fondo ad un corridoio cieco e poco illuminato, c'era un poster gigante che rappresentava un triangolo con all'interno un unico occhio che sembrava guardarmi da qualsiasi direzione io venissi e sotto, a lettere cubitali, c'era scritto "DIO TI VEDE".

Mi aveva sempre impressionato quell'occhio, e quando passavo da lì chiudevo gli occhi e passavo di corsa. Figuriamoci adesso!

Il secondo mese, alla confessione successiva, quando il prete mi chiese ancora una volta se avevo altro da confessare, fui io a chiedergli: "Se le dico una cosa, mi giura che non lo dirà mai a nessuno?". Lui si alterò, e mi rimproverò dicendomi che giurare è peccato, e che oltretutto io avrei dovuto sapere che la confessione è un segreto tra il peccatore e il prete. E allora io, in parte confortata, raccontai che non c'era stata alcuna diavoleria, ma che ero stata io a chiudere la porta del gabinetto per movimentare un po' la giornata. Il mio parroco, per penitenza, mi fece recitare una caterva di avemaría e paternoster, ma ebbi l'impressione che la cosa lo avesse un po' divertito. Aspettò che io finissi le mie preghiere, si venne a sedere vicino a me, mi fece ancora una ramanzina, e poi volle sapere come avevo fatto. Da allora, ogni volta che mi incontrava in chiesa da lui, o per strada, o al Nazareth, mi salutava e avevo sempre l'impressione che gli scoppiasse da ridere. 


La mia prima elementare al Nazareth


giovedì 19 ottobre 2023

il Carcere di Procida

Li vedevamo.
Almeno un paio di volte, in estate, con il gozzo di Mario o con quello si Sasà, ci imbarcavamo a Giuseppone e raggiungevamo Procida. La nostra era una bella comitiva di ragazzi semplici ed entusiasti. La meta era sempre quella : andavamo ad ancorarci oltre il ponte di Vivara, lasciandoci a destra questa mezzaluna di terra, disabitata e miracolosamente scampata all'assalto edilizio. Per arrivarci passavamo sotto al Castello che torreggiava in alto maestoso e inquietante. E li vedevamo.
Si accalcavano alle finestre con le inferriate doppie, richiamavano la nostra attenzione con suoni gutturali, sventolavano asciugamani, teli, camicie, per salutarci. Data l'altezza del castello non potevamo riconoscerli. Vedevamo soltanto le loro sagome che si alternavano davanti alle finestre. Rispondevamo al loro saluto con superficialità, come fosse un gioco. 
In quei momenti nessuno di noi forse pensava che per questi poveri reclusi la bellezza della vista che potevano godere dall'alto e il nostro passaggio spensierato sotto le loro celle potesse aggiungere un'ulteriore pena per la loro privazione della loro libertà. Né pensavamo, noi privilegiati, che ognuno di loro potesse avere avuto un trascorso di miseria, violenza, degrado.

Facevamo il bagno in questo mare pulitissimo (ricordo che legavamo con una sagola le bottiglie di acqua e di 
birra e le lasciavamo affondare per tirarle su belle fresche) e al tramonto tornavamo a Posillipo affrontando (!) il canale di Procida del quale allora tutti avevano timore sia per il traffico di natanti che per le correnti a volte impreviste.

Lavoravo in piscina alla Mostra D'oltremare e dopo il lavoro giravo per gli stand quando c'era la fiera della casa. Con mia sorpresa nella prima edizione, in uno degli stand erano esposti i lavori dei detenuti di Procida. Tovagliati di lino e di canapa, tende e lenzuola di fattura egregia. C'erano tre o quattro reclusi in permesso premio, accompagnati dalle guardie carcerarie. Sedevano dietro ai loro lavori esposti, e avevano lo sguardo triste e smarrito. Comprai quello che potevo, feci loro una gran pubblicità. Parlando con loro seppi che oltre al lavoro ai telai c'erano i tintori, i falegnami, i calzolai, i sarti che cucivano le divise per guardie e carcerati, e c'era anche una legatoria che lavorava per l'esterno.
Imbarazzata e un po' in soggezione parlai con uno di loro. La guardia che lo accompagnava mi raccontò che molte ragazze dell'isola usavano ordinare il loro corredo da sposa ai detenuti. C'era poi una giornata alla settimana in cui gli isolani potevano accedere all'enorme cortile del castello e comperare la frutta, le verdure, e i legumi che altri reclusi coltivavano nel grande orto alle spalle della facciata che si vedeva dal mare. 

Nel 1988 il carcere di Terra Murata è stato definitivamente chiuso, ed è stato acquisito dal comune di Procida, ma io adesso continuo a pensare agli ergastolani (pochi, ma c'erano anche quelli) che hanno visto per l'ultima volta lo spettacolo colorato della Corricella prima che il portone per loro si chiudesse per sempre.






 


mercoledì 20 settembre 2023

Con gli occhi del cuore...

I ricordi sono ormai sempre più lontani nel tempo, ma sempre più presenti nella memoria. Spesso il mio pensiero torna a Giuseppone dove ho trascorso gli anni più felici della mia ormai lunga vita. Allora rivedo uno specchio d'acqua roseo e tranquillo al tramonto, i gozzi di Totonno, di Mario, di Gogo, di Sasà, di Ninì Marra, il Buci di Geppino Mauro (signor Buci per i pescatori) - tutti allineati davanti alla scogliera -, e a chiudere il cabinato bianco e rosso dell'avvocato Marandola.

Come in tanti fotogrammi rivedo Barbetta, che solo e in silenzio, con il mento sollevato, scruta l'orizzonte; Giovannina, che con la sua stazza occupa tutto il vano della finestra, Bastiano che dirige il traffico col fischietto, Luciano che vende le cozze vicino alla fontana, Chiuvillo assorto nei suoi pensieri, 'Zi Peppe seduto in barca con la sua canuzza Maruzzella, Stratuccio che sistema i canotti, Totonno e Michele che discutono seduti su un cassone che contiene cime e ancore.

Affacciata alla finestra della verandina c'è Zia Emma, mentre Zia Nannina, sempre sorridente, mi saluta dall'uscio della sua stanza. Mariella, col marito Raffaele, mi invita come sempre a prendere il caffè, Antonio Preziosi, fine carpentiere, insieme ai suoi nipoti, sta dando le ultime rifiniture ad una barca; Rosa, circondata da tutti i suoi bellissimi bambini, Annamaria che riprende il figlio Pasquale, Carminiello che pompa l'acqua dal motoscafo che gli è stato affidato, Bob con la strana imbarcazione che ha costruito da solo, Vincenzo Manomozza, seduto sul terrazzino con la moglie Concettina, a godere la luce del tramonto...

Tutti ai loro posti, come pastori del presepe, dove ognuno occupa il proprio spazio.

Intanto, con il loro canotto grigio, rientrano remando, in piedi e con un remo ciascuno, i Tripolini, reduci da una giornata di pesca, e subito dopo Luigi del Casale, che al mattino si ripara dal sole con un vecchio borsalino di mio padre, sotto al quale tiene i ranci felloni per catturare i polipi. 

Guardo tutto con gli occhi del cuore, come dice la mia amica Carmela Cafarelli, e il ricordo di quella atmosfera di pace mi fa sorridere e mi rasserena.



sabato 4 marzo 2023

La Birreria Marchese

A Piazza Sannazaro, alla destra della galleria venendo dal viale Gramsci, che una volta si chiamava viale Elena, esisteva una birreria. Una targa rettangolare scura, posizionata in verticale, rappresentava un cameriere con i capelli e il camice bianco con cravattino nero che reggeva in mano due boccali di birra traboccanti di spuma. Non poteva passare inosservata, ed era il richiamo per la Birreria Marchese.
Era questa allocata in un piccolo vano, e dall'esterno si vedevano sulla destra degli enormi distributori di birra che veniva servita alla spina. Il proprietario, il signor Marchese, aveva due figlie, due belle ragazze, una bionda e una bruna. La bionda, forse più grande, più sicura di sé, riempiva velocemente i boccali all'interno del locale; la bruna, più timida, prendeva le ordinazioni per le caponate che si gustavano fuori, all'aperto, sui tavolini pieghevoli a listelli di legno che occupavano i pochi metri liberi avanti all'ingresso del locale. 
Le "marchesine" erano ragazze serie, che tenevano a bada con ferma cortesia i giovanotti e i loro sguardi di ammirazione.

Avevo forse sedici anni, quando insieme ai miei compagni di comitiva ci spingemmo fino a Mergellina, dove per la prima volta assaggiai un bicchiere di birra, trovandolo amaro e non capendo, allora, come potesse piacere.
Passammo poi fra i tavolini, dove persone semplici e pescatori apprezzavano freselle rotonde con il buco al centro, inumidite per spugnarle e condite con pomodoro fresco, insalata verde, rucola, olive nere, olio e acciughe.
Ricordo che comprammo l'altra specialità della birreria: i taralli napoletani -quelli con la sugna, il pepe e le mandorle- che andammo a rosicchiare affacciandoci sulla spiaggetta di Sermoneta, per poi raggiungere la fermata del filobus che ci avrebbe riportato a casa.






mercoledì 14 dicembre 2022

I Lignano seniores. Le vacanze serene di una coppia affiatata

Dedicato a Marco, Alberto, Irene, Silvana e Nando


Marito e moglie, posillipini autentici.
A metà mattinata scendevano a Riva Fiorita con la loro utilitaria e la riponevano nella grotta-parcheggio dove l'avrebbero ritrovata fresca al loro ritorno.
Il marito prendeva dall'auto la tanica con la nafta e si recava da Zì Rafele, che lo aspettava sulla banchina a fianco alle docce per consegnargli i remi e l'ancora che aveva custodito in una delle cabine sotto la terrazza, e poi lo traghettava sulla barca. La signora, intanto, si era recata sulla spiaggia, e salutava innanzitutto sua figlia, il nipotino e il genero, che invece scendevano a mare la mattina presto. Poi c'era un rapido giro di saluti a tutta la prima fila di ombrelloni, impiantati quasi sul bagnasciuga.
Intanto suo marito, con un pantaloncino candido e un cappello bianco di stoffa con le falde, dopo aver travasato la nafta nel serbatoio del fuoribordo, e aver fatto partire il motore, sganciava la cima dal passacavi e prelevava dalla spiaggia la moglie e il nipote.
Il ragazzino biondo, longilineo, con una perfetta abbronzatura dorata, raggiante di felicità raccoglieva maschera e pinne e saliva sulla barca del nonno. Sapeva che, superata la scogliera di villa Rosebery, seduto accanto al papà di sua madre, questi gli avrebbe permesso di tenere il timone. La nonna, liberatasi dalla vestaglietta di cotone, sedeva beata a prua nel suo costume nero. Passavano lentamente sotto costa, accompagnati dal lieve borbottio del fuoribordo, e godevano appieno la "bella giornata" di cui parla La Capria.
Uno, due, tanti bagni, dove più gradivano, e tappa nella calma baia di Trentaremi per uno spuntino portato da casa. 
Nel percorso inverso spesso arrivavano fino a palazzo Donn'Anna, e rientravano poi appagati e trionfanti nel porticciolo di Riva Fiorita. Una volta arrivati a casa, mentre stendevano ad asciugare i teli e i costumi dopo averli sciacquati, si affacciavano al balcone per vedere di nuovo il mare, perché ai posillipini veri il mare... Non basta mai.





lunedì 7 novembre 2022

Nostalgia

A Posillipo, sia in estate che in inverno dormivo con la finestra aperta.

L'aria pura mi portava odore di mare, di salsedine, di resina, dei gerani della ringhiera, dei gelsomini della terrazza. Il mio olfatto allenato, fra tutti questi profumi, percepiva perfino l'odore ormai familiare del tufo umido delle grotte sulle quali si ergeva la villa. 
Quando c'era vento sentivo gli alberi che ondeggiavano cigolando, e già sapevo che l'indomani avremmo trovato nei viali tante pigne cadute insieme ai ciuffi più teneri degli aghi di pino.

Alle sette Michele il portiere faceva il giro delle case e ci portava il pane e il giornale. Poi iniziava il passaggio degli operai che scendevano in fila indiana lungo le strette scalette che portavano al mare. Tutti loro raggiungevano il cantiere tagliando per Villa Gallotti, anziché per la discesa di Giuseppone, che avrebbe allungato di parecchio il loro cammino.
Intanto i pescatori con i gozzi, i cui motori sembravano borbottare nel silenzio, si ritiravano dalla pesca notturna ed erano sempre seguiti da uno stormo di gabbiani che faceva in aria un allegro girotondo attorno alla poppa. 
Altri gabbiani volteggiavano in alto, emettendo grida rauche, e a seconda dell'inclinazione del loro volo, macchiavano momentaneamente di bianco e di grigio il cielo turchino.

Il Vesuvio come sempre si manifestava nella sua imponenza e nella sua maestosità. 
Con questi ritmi, con questa armonia, con tutta questa bellezza, aveva inizio un'altra giornata.

Riva Fiorita in una cartolina degli anni '60. In alto a Sinistra Villa Fernandes - Foto da Internet


sabato 8 ottobre 2022

Il Cinema Posillipo

Nel 1961, a Posillipo ci fu una grossa novità.

Di fronte a villa Costa, accanto all'edicola di Antonio il giornalaio, si vedevano da mesi lavorare degli operai nella campagna sotto la strada. Le persone erano piuttosto incuriosite, finché qualcuno azzardò che stessero costruendo nientemeno che un cinema.
I posillipini non erano molto cinefili, anche perché allora andare al cinema significava "scendere a Napoli", e la pigrizia aveva spesso il sopravvento. La sala cinematografica più vicina era il Maximun, nella traversa di fronte agli imbarchi degli aliscafi a Mergellina, e quando un film riceveva vari commenti positivi dalla critica, ci si accontentava a volte di vederlo lì, anche se in terza visione.

Dopo qualche tempo arrivò effettivamente il giorno dell'inaugurazione. 
Il Cinema Posillipo dalla strada non si vedeva. Si varcava un cancello e a sinistra due rampe di scale portavano giù al minuscolo botteghino e a quattro file di seggiolini nascosti da una pesante tenda, che formavano il loggione; scendendo ancora si arrivava alla sala. Dietro al vetro del botteghino si alternava la coppia dei proprietari, ed era sempre presente un bel gattone bianco con un fiocco rosso. 
Il cinema era stato costruito su tre terrazzamenti della campagna sottostante via Posillipo, lo schermo si trovava al centro di due enormi vetrate, dalle quali si vedevano i grossi tronchi di due giganteschi pini (fortunatamente risparmiati dai lavori), mentre le loro cime svettavano ben oltre la costruzione. Il tutto era molto scenografico, ma in estate la luce eccessiva del tramonto (ora della prima proiezione) disturbava la visione dello schermo; mentre in inverno i due finestroni, anche se venivano chiusi, lasciavano passare spifferi e gelo.
Il cinema non era mai affollatissimo, ma incontrò anche perché proiettava anche film classici che alcuni potevano avere piacere di rivedere, o film leggeri per sorridere, o western. L'atmosfera era familiare e casareccia.
Si andava al cinema senza cambiarsi d'abito, a differenza di come si sarebbe fatto in città. I più freddolosi in inverno portavano un plaid da poggiare sulle gambe, per ripararsi dal freddo; qualcuno si presentava addirittura con la borsa dell'acqua calda. Altri provvedevano a portare da casa dei cuscini da adattare sugli scuri, scomodissimi sedili in legno dalla seduta ribaltabile. 
C'era una signora che abitava di fronte al cinema, che fra il primo e il secondo tempo del film correva a casa a spegnere il forno dove aveva messo a cuocere la cena, e si raccomandava di aspettarla per riprendere la proiezione. E l'aspettavano!
Lei, trafelata, ritornava ringraziando tutti.

Un'altra volta, in estate, mi trovai con due sorelle che dopo il film dovevano andare a una cena. Vennero al cinema con due fazzolettoni che coprivano le loro teste piene di bigodini. Nelle due ore di proiezione i capelli si sarebbero asciugati da soli. 

Ricordo la maschera: un signore alto, magro, pelato, con la faccia lunga e gli occhi vicini vicini. Gentilissimo, faceva entrare in sala se c'era da fare una imbasciata urgente a qualcuno degli spettatori, che risultava presente perché aveva lasciato la macchina fuori.

Che tempi irripetibili... 

Il cinema Posillipo - foto da internet


sabato 17 settembre 2022

Le maree

Sono sempre stata attratta dal fenomeno delle maree. 
Ho studiato, come tutti, la teoria secondo la quale queste dipendano dalla forza gravitazionale che esercitano la luna e il sole sulla terra. 
Confesso, a mio scorno, di non aver mai ben capito, né approfondito le spiegazioni in materia, pur supportate dagli studi di emeriti scienziati.
Ho sempre voluto considerare come qualcosa di misterioso e magico quei periodici e regolari cambiamenti del livello del mare. 
La mia esperienza diretta di semplice spettatrice, può riferirsi soltanto alla bassa marea, quando gli scogli sotto casa, che al mattino erano completamente sommersi, all'imbrunire apparivano diversi. Il mare calmo impercettibilmente si ritirava. La risacca perdeva forze e indietreggiava lentamente riducendo la sua ampiezza. 
Le chiane, non più completamente coperte dal mare, affioravano mostrando dei piccoli avvallamenti come minuscole pozzanghere, nelle quali pesci microscopici e rapidissimi si inseguivano per gioco. Ciuffetti di alghe emersi anch'essi, profumavano l'aria di mare e di sale. Nell'immergersi per fare il bagno l'acqua era tiepida e molle, e si aveva l'impressione che fosse più densa rispetto al mattino. Una scia indolente e lenta seguiva le barche a motore che si ritiravano. Nel successivo silenzio, uno sciabordio leggero faceva un rumore delicato, accarezzando le fiancate dei "canotti" ancorati per la notte, che dondolavano appena. 
Il mare placido respirava piano, inducendo a una pace interiore. 
Più tardi, dall'alba in poi, l'alta marea avrebbe pian piano rimesso le cose a posto... E tutto sarebbe ricominciato.

Le maree, alla nostra latitudine comportano una variazione di altezza di un metro circa
(A Mont Saint-Michel e a Saint-Malo fino a 15 metri) dandosi un graduale cambio entro le dodici ore. 

Una delle "chiane" a Marechiaro - foto di Riccardo Vosa


venerdì 22 luglio 2022

Il Lido Militare

Ci fu un anno in cui tardammo a trasferirci a Posillipo per la villeggiatura.
La scuola era finita, le giornate erano lunghe, calde e splendide, e il richiamo del mare per me era irresistibile.
Credo di aver avuto allora otto anni, quando mia nonna, moglie di un ufficiale di Marina, mossa a compassione, accettò di accompagnarmi a Miseno, usufruendo così per la prima volta dell'opportunità che veniva concessa alle famiglie dei militari, quella di trascorrere le giornate al mare, con il trasferimento che veniva effettuato tramite camion messi a disposizione direttamente dal comando.

Allora le macchine erano rarissime, e uscire dalla città rappresentava un'avventura straordinaria. Il camion militare che ci portò al mare era un mezzo telonato, con un telo bianco e doppio. 
Noi bambini, intimoriti ed eccitati, salimmo la scaletta esterna e prendemmo posto sulle panche laterali in legno. C'erano 5 o 6 camion uguali, parcheggiati in fila davanti al palazzo Salerno. Partirono tutti insieme in colonna, trasportando bambini felici. Avemmo modo di vedere per la prima volta Pozzuoli, la via per Miliscola ombreggiata dai pini. 
Da Lucrino in poi, fino a Baia e Bacoli, tante, ma tante piante di oleandri bianchi e rosa, alternati.

Giunti a Miseno, il pezzo di spiaggia dato in concessione alla Marina ci sembrò enorme.
Ci accolsero dei marinai. Gli ombrelloni e le sdraio tutte uguali e allineate, poggiavano sulla rena rastrellata di fresco e ancora umida.
Non gradii molto la sabbia, perché ero abituata agli scogli di Posillipo, ma la giornata era talmente bella e luminosa e la gita "fuori porta" così coinvolgente che accettai volentieri la novità, e giocai a lungo con questi nuovi amichetti. 
Durante il ritorno a Piazza Plebiscito, dopo una giornata di sole, all'aria aperta, i bambini più piccoli si addormentarono, e sorridevano nel sonno.




sabato 2 luglio 2022

Grottaromana

Probabilmente sarà stata una grotta preistorica, poi diventò sacro tempio romano. 

Con la strada voluta da Murat, che portò successivamente alla costruzione delle ville a mare, fu riscoperta e valorizzata. 
La si raggiungeva dalla strada dopo aver varcato un cancello e vi si accedeva scendendo scalini e vialetti stretti ai lati dei quali fiorivano piante spontanee. Davanti alla grotta, una piattaforma un po' alta sul mare rappresentava l'arrivo e da lì la vista spaziava godendo la bellezza del golfo. Si pensò di farne uno stabilimento balneare, e in effetti per anni fu frequentato dalla buona borghesia di Napoli. Le piante incolte furono sistemate e su ogni scalino per scendere fino al mare furono posti dei vasi con gerani rossi. 
Il lido era accogliente, dotato dell'unico trampolino di Posillipo, costruito in punta alla piattaforma. 
A nuoto o in barca, quando eravamo ragazzini, ci recavamo a frotte a Grottaromana, salivamo di nascosto la scaletta, ci infiltravamo tra i bagnanti paganti e provavamo l'ebbrezza di un paio di tuffi, spesso interrotti dal fischietto del bagnino che ci aveva scoperti.

A Grottaromana la sera si ballava: qualche orchestrina, un paio di cantanti, il mare, la luna, le stelle...

Poi a Posillipo, a Marechiaro, a Lucrino, arrivarono gli americani.
Verso la metà degli anni '50 gli Stati Uniti erano considerati modello di prosperità e di ricchezza in tutto il mondo, e la presenza di questi nuovi ospiti incuriosì e portò un'assoluta ventata di novità che alterò il ritmo tranquillo degli autoctoni e dei villeggianti di Posillipo. 
Gli americani scoprirono il dancing di Grottaromana, e così le orchestrine improvvisate furono rapidamente sostituite da musicisti e jazzisti famosi.

I ragazzi di Piazza San Luigi trascorrevano le serate sul muretto fuori al cancello del dancing, e ci raccontavano di aver visto entrare a ballare Jane Mansfield, Ernest Hemingway, Farouk d'Egitto (che ogni estate veniva a Napoli e parcheggiava il suo yacht fuori via Caracciolo), Clark Gable con una giovanissima Sophia Loren, allora agli esordi, Ester Williams.
Frequentavano di sera Grottaromana anche gli scrittori allora di grido: Domenico Rea, Raffaele La Capria, Michele Prisco, Mario Pomilio (che ebbi poi la fortuna di avere come professore di Lettere al Mercalli). Anche Lucky Luciano, boss della mafia d'Oltreoceano, dopo aver aver scontato in America la sua condanna, fu visto spesso giù al dancing.

Da Giuseppone noi rispondevamo dicendo che al ristorante venivano a cena le squadre di calcio al completo (oltre al Napoli, Inter e Milan quando giocavano in trasferta, Totò con Franca Faldini, Rossellini e Ingrid Bergman, Dino de Laurentiis e Silvana Mangano, Amedeo Nazzari e la moglie, Giacomo Rondinella, Nunzio Gallo, e lo stesso Re Farouk con una delle mogli.

Le sere in cui si ballava a Grottaromana automobili americane dai colori improponibili (rosa, azzurro chiaro, senape, arancio, con le immancabili gomme bordate di bianco) sostavano nell'emiciclo di piazza San Luigi accanto a un paio di sparute 600 -che allora in Italia erano un lusso- e venivano circondate, ammirate e contemplate a lungo dai ragazzini.
Erano macchine enormi, che avevamo visto solo nei film.
Anche le auto facevano parte del "sogno americano". Mi ricordo ancora le marche : Chevrolet, Buick, Ford, Cadillac, Chrysler...

Poi il declino, l'abbandono, l'incuria, l'oblio... 
Eppure quel magico tratto di litorale, al di là della sua enorme bellezza, avrebbe così tante storie da raccontare.

Grottaromana in una foto d'epoca grazie a Paolo Nasti


Una Lincoln Premier del 1957


Panorama di Posillipo con Grottaromana in primo piano - archivio Gennaro Improta

Volantino pubblicitario del lido di Grottaromana


domenica 15 maggio 2022

Cauchetto

In ricordo di Carlo Adamo, che ci ha lasciato un anno fa.

Carlo, anche conosciuto come Cauchetto, era figlio di Salvatore il bagnino
Allegro e spiritoso, sempre pronto a organizzare scherzi e partite di pallone sulla spiaggetta di Riva Fiorita, era diventato il punto di riferimento di tutti i ragazzini villeggianti.

Dopo le interminabili partite che duravano dalla chiusura dello stabilimento fino al crepuscolo, tutti loro, capeggiati da lui, si tuffavano in mare e nuotavano fino alla punta della scogliera. 
Simpatico, con la faccia di bravo ragazzo, muscoloso e forte, era benvoluto dall'intera comunità di Riva Fiorita.

Al Circolo Posillipo, dove si iscrisse quando diventò più grande, fece subito amicizia con i soci, gli atleti, i marinai e i camerieri. Aveva una parola buona, una battuta e un sorriso per tutti. Sapeva stare bene con gli adulti e con i bambini ai quali, con pazienza, raccontava storie e dava spiegazioni rispondendo ad ogni loro domanda. Ricordo, ad esempio, di avergli sentito spiegare a un bambino di cinque anni come funziona un aereo e anche come si formano i temporali.
Imbattibile nei giochi di carte, anche sul campo di tennis dove giocava una partita dopo l'altra, era difficile tenergli testa. Tutta questa iperattività che lo contraddistingueva e che gli era congeniale, fu purtroppo bloccata da un ictus che lo colse a soli 57 anni. 

Lui, così attivo, fu costretto su una sedia a rotelle. Con tanta fisioterapia riuscì a recuperare la parola e parte della mobilità. Tutti speravamo che potesse rimettersi in piedi, ma purtroppo non fu possibile. Accettò questa menomazione come un nuova condizione, un nuovo stadio della sua vita, e non si lamentò mai. Fece amicizia con i fisioterapisti che si alternavano e che lo trattavano con affetto e con rispetto. Con il suo carattere di uomo buono e sincero, non faceva pesare questo suo handicap e continuava a tenere banco con le sue battute, i suoi ricordi, i suoi aneddoti. Gli piaceva molto leggere, ma un sopraggiunto diabete gli abbassò la vista, costringendolo a soprassedere. Anche questa volta accettò l'ulteriore limitazione senza lamentarsi. Con lui si rideva e si sorrideva. Ricordava tutto, e raccontava con dovizia di particolari episodi comici e i fattarielli di Riva Fiorita, che lo avevano visto nel tempo testimone e a volte partecipe. 

Pur essendo tanto più giovane di me, i nostri ricordi spesso si accavallavano, e le sue memorie sono state per me uno stimolo per raccontarle insieme alle mie.

Quando andavo a trovarlo, salutandolo lo abbracciavo. Lo sentivo sempre più fragile e rassegnato. 
Ha lasciato un gran vuoto tra i grandi, i piccoli, gli amici e i conoscenti, che lo ricordano con gratitudine per la sua grande gentilezza e per il suo buonumore.

Riposa in pace, Carlo, e grazie per la tua amicizia e per il tuo esempio.





sabato 30 aprile 2022

La scorciatoia in campagna

Penso che a Napoli non siano in tantissimi a conoscere il viale Calascione, che invece negli anni '50 era molto frequentato dagli abitanti di Monte di Dio e dell'Egiziaca a Pizzofalcone, perché collegava rapidamente la collina di Monte Echia con la sottostante piazza dei Martiri e quindi Piazza Vittoria e il lungomare. 

Si chiama "viale", ma in effetti del viale non ha nulla. E' una strada cieca, alla quale si accede passando sotto un accenno di galleria che collega tra loro due palazzi. Si trova a una cinquantina di metri dal teatro Politeama. 

La particolarità di questo viale consisteva in una scalinata che inaspettatamente trovavi alla fine della strada, a sinistra, e che era protetta da un cancello. Varcato il cancello, sulla destra apparivano la collina di Posillipo e il mare; di fronte c'erano le aule e le camerate della Nunziatella, mentre lateralmente, scendendo, si ammirava la terrazza di Villa Wenner (unico palazzo di Monte di Dio con giardino), che posa su grandi grotte di tufo chiamate Platamonie, presenti fino al Chiatamone, che da esse prende il nome. Alcune sono murate e rinforzate con pilastri per sostenere i palazzi della collina di Monte Echia. La leggenda vuole che all'interno di una di esse ci si dedicasse al culto del dio Mitra.

Questa discesa che -portava a Cappella Vecchia- era chiamata Rampe Caprioli. Terminate due rampe di scale, c'era un banchetto dietro al quale una donna scarmigliata e senza sorriso riscuoteva con sgarbo la tariffa per il passaggio. 

Si pagava una lira (sì, una lira!) che fu successivamente portata a due. 

Questa megera era la moglie di un contadino che lavorava la terra sottostante, accanto alla quale iniziava un percorso in discesa a zig-zag, passando tra alberi, prati incolti, cespugli di rosmarino, margheritine spontanee e tanti trifogli. Era una breve ma bella scampagnata in città.

La donna, che accoglieva i passanti sempre con malagrazia, aveva ingegnosamente compilato dei pezzetti di carta con uno sgorbio che certificava l'importo già pagato per il prossimo passaggio, per quando non aveva il resto di due o di cinque lire.

Due bambini piccoli e coperti di stracci razzolavano nell'erba e nel terreno, mentre un altro, il fratellino più grande che aiutava il padre nel campo, facevano anch'essi parte della famiglia. 
La mia scuola aveva una terrazza che affacciava su questa campagna, e spesso nell'intervallo della ricreazione giocavamo lì a palla. 
Una volta la palla cadde nel campo e una suora, sorvegliandomi dall'alto, mi permise di andare giù a riprenderla.

Ricordo come fosse adesso che era una palla di gomma coloratissima. Era caduta sotto una pianta di broccoli di Natale, e il ragazzo più grande, convinto che io non l'avessi vista, già pensava di appropriarsene. La suora e tutte le mie compagne, affacciate alla ringhiera aspettavano, ed io, facendo l'occhiolino al ragazzino, comunicai in alto che il pallone l'avevamo trovato, ma che si era bucato nella caduta. Ricordo ancora lo sguardo di gratitudine che mi accompagnò fino al banchetto della madre esattrice.

Da quel giorno, ogni volta che dovevo passare dalla bellissima "scorciatoia", quando la madre non c'era a riscuotere il pedaggio, mi faceva passare e mi faceva l'occhiolino, o mi regalava qualche bigliettino firmato che valeva da lasciapassare. 

Purtroppo oggi buona parte di questi terreni è stata edificata e soltanto i residenti hanno la possibilità di usufruire di questa che è ormai una scorciatoia privata e che invece un tempo era un delizioso intermezzo bucolico in piena città.

View of a Villa, Pizzofalcone, Naples
Lancelot-Théodore comte de Turpin de Crissé, c. 1819




mercoledì 23 febbraio 2022

L'isola... che non c'è

In estate, quando ero ragazza, alle 6.40 prendevo il caffè in terrazza con mia madre.
Orario tranquillo, sole ancora basso, e mare appena increspato. Ci teneva compagnia una lucertola, che appena sentiva la mia voce sbucava da una feritoia sotto la terrazza, aspettandosi sempre qualcosa.
L'avevo "conosciuta" qualche mese prima, quando appoggiata alla ringhiera addentavo una nocepesca e lei dalla sua tana, sporgendo la testina e inclinandola per guardarmi con un occhio, aspettava che qualche goccia del frutto cadesse giù per acchiapparla al volo. Da allora le davo sempre qualcosa: un nervetto di carne, un pezzo di mela, un biscotto...

Mamma aspettava questo momento perché si divertiva molto ad ascoltare i miei sogni, che in effetti erano sempre ben congegnati. Sembravano dei film d'azione, di avventura, gialli, di intrighi internazionali, di corti marziali, di aule giudiziarie con personaggi assurdi o reali. A volte ero testimone, a volte estranea, a volte protagonista. 
Se allora ci avessi pensato, avrei potuto prendere appunti e scrivere qualche sceneggiatura, ma una volta raccontati questi sogni svanivano in fretta. Uno solo ne ricordo, ed è ancora vivido in me. 

Immediatamente prima dell'alba, quando il mare tranquillo aveva i colori delicati della madreperla e da dietro al Vesuvio arrivava per il momento soltanto la luce -che di lì a poco avrebbe colorato in rapida sequenza il cielo di rosa, viola, rosso, fucsia, oro- , vidi spuntare più o meno a 800 metri dalla riva uno scoglio che veniva su rapidamente come un fungo.
Non dissi niente a nessuno. Dovevo arrivare per prima. 
Mi precipitai per le scale che portavano a mare, e nuotando più velocemente possibile (come nei fumetti Paperino inseguito dallo squalo) raggiunsi questo scoglio affiorante e salendoci ne presi possesso.
Nel frattempo il sole fiammeggiava dietro la Montagna e io pensavo "E' mia, questa secca è mia!".
Avevo letto che in un caso del genere la prima persona che mette piede su questa nuova terra ne diviene proprietaria. Non ero più nella pelle per la felicità. Nel sogno si stava avvicinando con la barca Luigi, il pescatore del Casale, mentre Ciro, il portiere di Riva Fiorita, seguiva tutto dalla scogliera.
Anche gli operai del Cantiere mi avevano visto. 
Mi trattenni ancora un po', e tutti confermarono che io per prima avevo "occupato" quella che ormai consideravo la mia isola, anche se di dimensioni piccolissime.
Risalii a casa, eccitata, contenta, ed andai ad affacciarmi in terrazza per vedere dall'alto il mio possedimento. Ma mentre estasiata lo guardavo, sperando che potesse emergerne ancora una parte, l'isola fu di nuovo inghiottita dal mare... e sparì.
La delusione fu enorme.

Praticamente era successo nel mio sogno quello che accadde davvero all'isola Ferdinandea nel 1831.
Fra Sciacca e Pantelleria spuntò dal mare improvvisamente una piattaforma che fu chiamata, in onore del re Ferdinando II, Ferdinandea, e subito, su questa nuova terra, estesa più o meno per un chilometro quadrato, fu apposta la bandiera borbonica. ma gli inglesi, di cui Malta era allora colonia, ne reclamarono il possesso, apponendo a loro volta sul nuovo suolo, la bandiera britannica.
Ma mentre le due potenze litigavano attribuendosene il possesso, dopo sei settimane l'isola, così come era emersa, si inabissò scomparendo del tutto, e ancora adesso giace a otto metri di profondità.

La "mia" isola, invece, ancora sopravvive nel ricordo di un sogno.

L'isola Ferdinandea in un quadro di Camillo de Vito
L'isola Ferdinandea in un quadro di Camillo de Vito

sabato 27 novembre 2021

Cosa vuoi fare da grande?

Carmela era rimasta vedova e aveva preso il posto del marito, portiere del palazzo nel quale abitavamo in inverno dopo le lunghe estati trascorse a Posillipo.

Era una donna anziana, dai capelli rossi, che distribuiva la posta e spazzava il cortile. La figlia Titina, per darle una mano, venne ad abitare con lei insieme al marito pompiere e alle loro tre figlie. La più grande delle tre, Elena, era mia coetanea e spesso veniva a giocare a casa mia. Vedevo suo padre in divisa, con il casco, ritirarsi sfinito e... lo invidiavo.

Tornava a casa e raccontava degli interventi della giornata: allagamenti, incendi, salvataggi di persone e animali, uso della scala Maginot per raggiungere tetti, alberi, cornicioni e terrazzi. 

E poi le autobotti, gli  idranti, la sirena... Invidiavo lui e i suoi compagni, per questa vita avventurosa costellata da atti di eroismo mai ostentati.

Forse la mia incondizionata ammirazione per i pompieri è nata proprio così. Tanto che quando a scuola alle elementari ogni anno la maestra dettava il fatidico tema "Che cosa vorresti fare da grande?", mentre le mie compagne scrivevano che avrebbero voluto diventare chi concertista di pianoforte, chi ballerina, chi violinista etc. (allora non c'erano le veline e le presentatrici televisive), io puntualmente scrivevo :"il pompiere". 

In terza la maestra si preoccupò, in quarta mandò a chiamare i miei genitori.

Mia madre mi iscrisse a una scuola di danza classica, ma i risultati non furono quelli sperati.

In quinta, al solito tema, cambiai. 

Avevo letto "Ventimila leghe sotto i mari", e ne ero rimasta affascinata; inoltre avevo visto a Posillipo, sotto casa, un palombaro in azione. E scrissi quindi : "il Palombaro". 
Ma neppure questo tema andò bene...