mercoledì 20 ottobre 2021

La signora Fabris

Bella, alta, bruna, dai lineamenti perfetti, gli occhi scuri e scintillanti, un sorriso che comunicava tutta la sua gioia di vivere.
Chi ha frequentato Riva Fiorita non può non ricordarla: certamente non passava inosservata!
Era amica di tutti e tutti le volevano bene.
In tanti anni di permanenza a Riva Fiorita non c'è persona che l'abbia sentita dire una parola contro qualcuno.
Per lei tutti erano buoni, tutti belli, tutti bravi.
Era nata a Cava dei Tirreni, ma si riteneva napoletana, anzi posillipina, a tutti gli effetti.
Si chiamava Alberta, ma tutti la chiamavano Albertina e questo nome, forse proprio perché rapportato a lei, mi ha sempre fatto pensare ad una stretta di mano forte e leale di una persona sincera e gentile.
Innamorata della vita e del mare , era una signora di bei principi, di bei sentimenti, sempre pronta a stupirsi per una novità, ad entusiasmarsi per un successo altrui, a partecipare con affetto vero ad una gioia o ad un dolore di un conoscente.
Mi piace ricordarla mentre declamava una poesia di Viviani ad una festa sulla terrazza dello Stabilimento, o quando risaliva da mare tutta ricoperta di alghe per fare divertire i bambini della spiaggia, o dopo la messa alla chiesa di Bellavista, circondata da ragazzini festosi.
Anche lei è un personaggio indimenticabile di Riva Fiorita.









lunedì 27 settembre 2021

Estate a Posillipo

Accompagnata da Luigino, fruttivendolo del Rione che all'occorrenza si improvvisava chauffeur, scendeva a Giuseppone la mattina presto insieme ai suoi due ragazzini - una bambina e un maschietto che poi diventarono miei allievi alla scuola di nuoto. 
Era una giovane signora, alta, slanciata, molto bella, con i capelli biondi, gli occhi azzurri e un gran bel sorriso. Si chiamava Grazia, e mai nome fu più appropriato. 
Si era sposata giovanissima con una cara persona, un brillante chirurgo più grande di età e insieme erano andati ad abitare nella villa di famiglia al Rione Spinelli (rione costruito dal nonno di lei). 
A Giuseppone l'attendeva Totonno, uno dei figli di Barbetta, con il suo gozzo bianco e celeste tirato a lucido. Li aiutava a salire a bordo con tanto garbo e li accompagnava alla baia di Trentaremi, che allora era l'alternativa al Cenito -essendo anche meno frequentata- e si ancorava lì. 
La signora Grazia, dalla risata contagiosa, era radiosa, sorridente, contenta, semplice e gentile, fiera dei suoi ragazzini. Totonno la guardava con adorazione, e dal modo in cui lo faceva non si poteva non intuire che ne fosse segretamente e dolorosamente innamorato. 
Bagni, tuffi, calate, risate, richiami e saluti da altre barche: la mattinata passava velocemente. 
Luigino fruttivendolo chauffeur, puntualissimo, a ora di pranzo tornava a prendere i suoi passeggeri e li riportava su al rione abbronzati e felici .

La baia di Trentaremi vista dal parco Virgiliano - foto da mapio.net

I Lo Russo

 ...e poi arrivarono a Riva Fiorita i Lo Russo.

Tre fratelli, di cui due gemelli e le loro famiglie. 

Raoul, con la splendida e carissima moglie Caterina e le loro tre bambine; Gustavo con la moglie e i due biondissimi bambinetti, Antonio, padre di Gabriella, ragazzina in fiore che fece strage di cuori tra i suoi coetanei. Belli loro tre, belli i loro discendenti.
Raoul dal sorriso sornione e dolcissimo, occhi chiari, innamorato della sua Caterina, toscana di Siena, che per lui aveva divorziato da un matrimonio precedente. Belli, felici, uniti; genitori di due ragazzine aggraziate, con una classe innata, e di un'altra piccina altrettanto graziosa che seguiva le orme delle sorelle. 

Gustavo, pittore delicato di paesaggi e ottimo ritrattista, conquistò tutte le madri di Riva Fiorita immortalando su cartoncino le espressioni dei loro bambini. Ero anch'io in lista d'attesa per far fare il ritratto ai miei bambini, ma poi partii e non ci fu più tempo.

Antonio era il più singolare dei tre. Fece immediatamente amicizia con tutti, ed era l'idolo dei ragazzini. Vestiva in modo eccentrico, faceva la verticale e camminava sulle mani lungo la scogliera. Una volta portò a Riva Fiorita una volpe che voleva addomesticare, ma fu morsicato prima che questa fuggisse. Si parla ancora delle sue trovate stravaganti e lo si ricorda con un sorriso.

Antonio Lo Russo con Chiuvillo a Giuseppone


lunedì 23 agosto 2021

La rada del Cenito

E' soltanto cambiata la tipologia delle imbarcazioni, ma la rada del Cenito continua ad essere il punto di ormeggio e di ritrovo per i natanti appartenenti ai napoletani che in estate rimangono in città.

Si tratta di un'ampia insenatura dominata a sinistra dallo chalet di Villa Gallotti, costruito sulla sommità di una grande grotta, e a destra dalla villa Carnap, che si intravede dal mare immersa nella vegetazione del suo parco.

Guardando verso terra, un'altra alta grotta, in parte murata, si trova in fondo alla spiaggia dalla rena sottile alternata a delle chiane ricoperte di alghe; le stesse alghe verdi che spesso si ritrovano pescate sulle marre delle ancore quando queste vengono salpate.

Mi sono spesso chiesta il significato del nome Cenito, ed ero arrivata alla conclusione che potesse essere un vezzeggiativo del nome latino "Sinus", che vuol dire "rada".

Giovanni Caputo, esperto e bravissimo attrezzatore di barche d'epoca, ha scoperto invece che "Cenito" è anche la prima persona di un verbo latino che significa "Io sono solito mangiare" .
E allora il pensiero è tornato ancora una volta al caro Proggiolone, dai capelli ricci, gli occhi azzurri e il sorriso sincero; al suo mitico richiamo " Chimivuoooolee! " che ancora aleggia in quel luogo dove lui con tanta gentilezza distribuiva i suoi meravigliosi panini. E questa -secondo Giovanni e anche secondo me- è una singolare, simpatica, suggestiva coincidenza che ha forse avuto anche il valore di una profezia. Chissà...



venerdì 23 luglio 2021

L'Olandese Volante

C'era un cargo, soprannominato "L'Olandese Volante", come il vascello fantasma che secondo la leggenda solca i mari in eterno senza mai una meta precisa.
Proveniva da Iskenderun in Turchia, diretto verso il centroamerica. Si Chiamava Doris, e affondò nel porto di Napoli dove aveva fatto tappa durante una forte mareggiata, nella quale la poppa andò a scontrarsi sulla scogliera frangiflutti. Era il 14 ottobre del '64.
Affondò e lo scafo giace tuttora nel porto a 24 metri di profondità nei pressi del molo San Vincenzo.
Certo, è sempre triste quando una nave cola a picco, ma due dei marinai che conoscevano l'entità e il valore del trasporto che avrebbero dovuto effettuare, si attivarono subito allertando i contrabbandieri di zona.

A quel tempo, a Napoli i subacquei non erano tanti, e i più bravi si trovavano in Sardegna a fare fortuna raccogliendo i coralli. In gran segreto, fu contattato un giovane che lavorava saltuariamente per la Pirelli Cavi, e che quindi era abituato a scendere ben oltre i 24 metri. Dopo gli accordi, il ragazzo iniziò a lavorare sul relitto. Prendeva servizio di notte e scendeva con una torcia e andando a colpo sicuro dietro indicazione dei marinai.
La nave trasportava ricchezze e manufatti dall'oriente, spezie, stoffe, sete, liquori e tappeti. 
I contrabbandieri erano interessati più che altro ai tappeti. A questo esperto sub ci volle poco più di una settimana per liberare la stiva. Tramite imperscrutabili canali, si sparse immediatamente la voce della disponibilità di tappeti autentici e a buon mercato e ci fu chi fece effettivamente affari d'oro dalla rivendita di quelli recuperati dal relitto. 
La richiesta era continua. Conoscevo il giovane subacqueo, che mi raccontò con ilarità di come il carico di tappeti da lui recuperato sui fondali del Molo San Vincenzo fosse andato esaurito molto rapidamente, e che i contrabbandieri alimentavano il business comprando tappeti scadenti di produzione locale, immergendoli una notte in mare e rivendendoli come autentici, accontentando un po' tutti nella convinzione di aver fatto un affare. Chi li comprava, nell'illusione che fossero stati recuperati dalla nave affondata, li sciacquava dall'acqua salata e una volta asciutti, li esponeva fiero in casa, pronti per essere mostrati agli amici.

L'inventiva napoletana riuscì addirittura a smaltire degli orrendi, pacchiani e coloratissimi scendiletto in ciniglia che rappresentavano il Papa (allora Paolo VI) avanti al colonnato di San Pietro. Anche questi, bagnati in mare ed esposti a Mergellina appoggiati ad asciugare sulle ringhiere tra i parapetti, erano in vendita facendo da sfondo ai secchi con i pesci e i frutti di mare.



sabato 5 giugno 2021

La solidarietà

Il primo evento catastrofico di cui ho memoria fu l'alluvione del Polesine.

Il 14 novembre 1951, dopo mesi di piogge abbondanti, il Po, ingrossato dalle acque dei suoi affluenti, ruppe gli argini e invase le campagne, prima allagando e poi travolgendo tutto.
In Italia ci fu una mobilitazione generale. Allora non c'era la televisione; le notizie si ricevevano dalla radio e dai giornali. Al cinema la "Settimana INCOM" (che era una specie dell'odierno telegiornale) mostrava le immagini della sciagura prima della programmazione del film, e solo così si comprese la portata di questo evento sconvolgente.
La "Rete Rossa" della radio, (l'equivalente dell'odierna Radio Uno, unica radio nazionale, che venne affiancata anni dopo dalla "Rete Azzurra") sospese tutti i programmi in segno di rispetto per i dispersi e gli sfollati. Si ascoltavano soltanto gli aggiornamenti sempre più catastrofici dell'alluvione. Sergio Zavoli e Silvio Gigli idearono insieme a Vittorio Veltroni, padre del politico Walter, la "Catena della Fraternità". Corrado, Ingrid Bergman e Delia Scala, invitavano con continui appelli a dare una mano a questi nostri fratelli sfortunati. Ricordo che ogni bollettino era preceduta dalla musica della Cavalleria Rusticana di Mascagni e dal Sogno di Bizet.

Noi bambini non sapevamo neppure dove si trovasse, il Polesine, ma a scuola la maestra ce lo insegnò facendolo vedere sulla mappa dell'Italia.
Eravamo tutti molto dispiaciuti e partecipi, e le suore ci portavano ogni giorno a pregare.
Tutti rompemmo i nostri salvadanai con i pochi soldini racimolati durante le feste e ci separammo a malincuore dai nostri piccoli giocattoli, ma orgogliosamente felici di fare anche noi la nostra parte. Le ragazze più carine della scuola, alla domenica, guardate a vista dai loro padri che sostavano sui marciapiedi di fronte, raccoglievano le offerte ai due caselli dell'autostrada per Pompei, e in cambio offrivano una spilletta con un minuscolo nastrino tricolore. E tutti se l'appuntavano orgogliosamente in petto, bene in vista, per dimostrare che avevano fatto il loro dovere, e avevano partecipato con affetto alla rinascita di quella terra sfortunata, immedesimandosi nella tragedia che aveva colpito tante famiglie.
Noi bambini, tramite le scuole, venivamo smistati fuori alle chiese dopo la messa.
Ricordo che a me toccò la chiesa di Santa Brigida e mi detti un gran daffare invitando familiari vari e amici dei miei a riempire con le loro offerte il cestino che mi era stato consegnato e che orgogliosamente restituii stracolmo. Intanto la radio continuava a trasmettere notizie sempre più drammatiche. Si contarono più di cento morti e 180 senzatetto, oltre a molti dispersi. Gli appelli continui alla solidarietà produssero una mobilitazione nazionale. Furono raccolti materassi, coperte, vestiti, medicinali, generi alimentari e di prima necessità. Nello spazio di 24 ore furono raccolti cento milioni, dopo una settimana si arrivò a 700. Ogni giorno c'era l'aggiornamento per regione: la Campania fu quella che offri più di tutte, insieme alla Sicilia.
Ed io che allora avevo 10 anni, ero fiera che la mia regione fosse quella che aveva donato più delle altre e pensavo fiduciosa che nessuno è solo, che donare è una gioia e che la solidarietà è un dovere che coinvolge tutti. E una volta era davvero proprio così, ed era bello rendersi e sentirsi utili.









martedì 18 maggio 2021

Gli Scafi Blu

Eravamo una banda di ragazzini scalmanati.

Già noi della villa eravamo in sei, ai quali si aggiungevano gli ultimi quattro figli dei sette di Donna Rosa e Don Alfonso, custodi di Villa Fernandes, ma anche giù a Villa Gallotti c'erano altri nostri amici. Stavamo sempre insieme. e giocavamo nei viali e sulle terrazze. E dalle terrazze assistevamo al passaggio di motobarche, gozzi, dinghy e cutter.

La festa grande era quando vedevamo spuntare da ponente la Amerigo Vespucci, che traversando a vele spiegate il golfo, andava a posizionarsi al porto.
Che splendore e che emozione vederla!
Lasciavamo tutti i nostri giochi e la seguivamo con gli occhi finché non scompariva alla nostra vista.

Almeno una volta in estate -non saprei per quale evento o circostanza particolare- arrivava la flotta navale della nostra Marina Militare,
Era una processione di navi grigie che entravano nel golfo mantenendo tra loro una distanza prestabilita, sempre uguale. Aprivano il corteo gli incrociatori, poi c'erano i cacciatorpediniere, le fregate, le corvette, i pattugliatori. Ben istruita da mio nonno materno, comandante di Marina, le riconoscevo tutte. I sommergibili erano gli ultimi a comparire, a chiusura della parata. Tutte le unità si posizionavano fra la Base Navale, il Porto e lo specchio d'acqua antistante Via Caracciolo. Tutto questo avveniva fino alla fine degli anni '50.

Successivamente lo spettacolo cambiò. In quel periodo "la metà della popolazione di Napoli vendeva sigarette di contrabbando all'altra metà", come recitava in maniera esagerata un detto dell'epoca, ma che rende l'idea di quanto il fenomeno del contrabbando fosse diffuso.
Cominciarono a circolare le sigarette americane, e si videro per la prima volta mastodontici e velocissimi motoscafi blu. Avevano una forma particolare: il vano tra le due fiancate era ampio, piatto e incassato, studiato apposta per accogliere le casse di sigarette che sarebbero state scaricate al largo dalle navi mercantili attraverso marinai "compiacenti", prima che le navi stesse potessero entrare in porto.
Tutti sapevano, ma sapevano anche che questo commercio illegale dava la possibilità a tante famiglie di sopravvivere e di non delinquere in modi più pericolosi.
Al tramonto -o la sera tardi- andava in scena quasi quotidianamente l'inseguimento di questi motoscafi da parte dei mezzi della Guardia Costiera e della Finanza. 
Gli Scafi Blu erano molto più veloci, volavano e rimbalzavano sull'acqua sbatacchiando, anche perché partivano vuoti da Vigliena. Venivano inseguiti e minacciati con il megafono e le sirene: l'azione aveva inizio.
Da terra tutti seguivano l'evolversi della situazione, ogni tanto dalla paranza si staccava un motoscafo che fungeva da esca, facendosi raggiungere per distogliere l'attenzione dagli altri. Veniva requisito e in attesa di accertamenti veniva esposto -quasi come un prigioniero di guerra- affinché si sapesse che la lotta al contrabbando era sempre in atto. 
Anche a Giuseppone, sulla piazzetta, stazionò a lungo uno di questi scafi blu, che in genere erano intestati a persone anziane e nullatenenti del Pallonetto di Santa Lucia, alle quali, in cambio di una piccola cifra, veniva fatto firmare l'atto di acquisto (!).
Tutto questo durò per anni. Purtroppo successivamente i contrabbandieri trovarono più conveniente dedicarsi al traffico di droga. E quello che allora tutto sommato veniva considerato un reato minore e piuttosto tollerato, fu accantonato per questa dannata, criminale forma di arricchimento.



Contrabbandieri