Aspettavamo la Tropèa.
Dopo tanto sole, tanto caldo, tanta arsura, si desiderava una "rottura dei tempi", anche se solo temporanea.
Le piante fiaccate, sofferenti, anemiche, cercavano di resistere nel terreno riarso, che si spaccava in più punti.
Da cento giorni ed oltre il sole implacabile bombardava la terra, e tutti speravano che la clemenza della natura portasse un po' di ristoro.
E la tropèa arrivava.
Fra la fine di agosto e la prima quindicina di settembre, improvvisamente, ad ovest, una luce abbagliante all'orizzonte separava il mare divenuto grigio acciaio da un cielo cupo, nel quale una enorme nuvola avanzava srotolandosi come un tappeto, coprendo rapidamente tutto il golfo.
La terra e il mare davano l'impressione di inspirare -per un attimo intensamente-, in attesa di un brontolìo di tuoni, prima lontani, e poi vicinissimi, mentre lampi rapidissimi fendevano nubi gonfie d'acqua.
La pioggia arrivava a goccioloni violenti e caldi, e per noi bambini era una festa.
Questo sconvolgimento meteorologico, splendido da vedere, durava solo pochi minuti.
L'aria si rinfrescava appena, ma il calore che emanava dal terreno quasi annullava quest'effetto.
Il segnale che la tropèa era terminata era dato dall'arcobaleno, che abbracciava il golfo e si specchiava nelle pozzanghere.
Racconti, aneddoti e ricordi in una successione di atmosfere di un tempo, nelle storie e nei visi puliti della Posillipo a cavallo degli anni '50 e '60, nelle memorie di Maria Civita.
domenica 22 settembre 2019
domenica 14 luglio 2019
La Chiesa di Bellavista
Piccola, raccolta, luminosissima perchè esposta completamente a mezzogiorno, incastonata tra due giardini al pianterreno del palazzo che la ospita, è la chiesa dei posillipini del Rione Spinelli, delle ville Gallotti, Caflish e Rivalta, degli abitanti della discesa di Giuseppone e di via Santo Strato, di villa Kernot, del Parco Primavera e Parco le Rondini.
In questa chiesetta dedicata a un'esile madonnina stilizzata che poggia sull'altare, tutti hanno ricevuto almeno un sacramento, dal battesimo, alla prima comunione, al matrimonio.
Per la messa, richiamati dalla campana festevole e petulante, i fedeli si incontrano si salutano, si sorridono.
Ci si conosce tutti.
La capienza all'interno è ridotta.
Chi arriva prima prende posto, gli altri -dopo essere entrati per un fugace segno di croce- aspettano fuori, inebriandosi della visione della campagna che, essendo miracolosamente sfuggita alla speculazione edilizia, ricorda il luogo di delizie che doveva essere la Posillipo di una volta. Oltre la campagna si intravedono i giardini di villa Emma e di villa Rosebery, e poi il mare, i vaporetti e Capri.
Affacciarsi alla ringhiera di fronte alla chiesa è un inno alla vita; d'altra parte la chiesa non a caso si chiama Santa Maria di Bellavista.
Quando ero ragazzina, in estate, c'erano dei rituali da seguire.
Dopo la messa, si comperava il giornale, la frutta fresca da Gennaro Russo, e la carne.
Non si vedeva l'ora di tornare a casa, cambiarsi, e andare a mare.
In inverno la visione dalla ringhiera cambia: diversa ma sempre bellissima, forse ancora più affascinante, con il mare grigio e agitato, i cavalloni bianchi, il vento che fa turbinare foglie e aghi di pino, e l'odore forte del mare che arriva fin sulla strada.
Ricordo ancora, probabilmente negli anni '70, che quando la chiesa chiudeva, spesso sugli scalini sedeva Totonno, che simulava una improbabile partita a carte con un immaginario compagno, che veniva puntualmente ripreso, anche in malo modo, per le sue giocate azzardate.
Quando, come purtroppo accade, c'è un evento estremo, la partecipazione è corale.
La funzione si svolge regolarmente all'interno della chiesa, ma gli amici e conoscenti che rimangono fuori hanno modo di ricordare la persona scomparsa, parlandone e ricordandone abitudini, aneddoti, amicizia, generosità e atti di coraggio, e così la tristezza si trasforma in una dolce nostalgia, spesso condita da sorrisi, che attenuano il dolore della perdita.
In questa chiesetta dedicata a un'esile madonnina stilizzata che poggia sull'altare, tutti hanno ricevuto almeno un sacramento, dal battesimo, alla prima comunione, al matrimonio.
Per la messa, richiamati dalla campana festevole e petulante, i fedeli si incontrano si salutano, si sorridono.
Ci si conosce tutti.
La capienza all'interno è ridotta.
Chi arriva prima prende posto, gli altri -dopo essere entrati per un fugace segno di croce- aspettano fuori, inebriandosi della visione della campagna che, essendo miracolosamente sfuggita alla speculazione edilizia, ricorda il luogo di delizie che doveva essere la Posillipo di una volta. Oltre la campagna si intravedono i giardini di villa Emma e di villa Rosebery, e poi il mare, i vaporetti e Capri.
Affacciarsi alla ringhiera di fronte alla chiesa è un inno alla vita; d'altra parte la chiesa non a caso si chiama Santa Maria di Bellavista.
Quando ero ragazzina, in estate, c'erano dei rituali da seguire.
Dopo la messa, si comperava il giornale, la frutta fresca da Gennaro Russo, e la carne.
Non si vedeva l'ora di tornare a casa, cambiarsi, e andare a mare.
In inverno la visione dalla ringhiera cambia: diversa ma sempre bellissima, forse ancora più affascinante, con il mare grigio e agitato, i cavalloni bianchi, il vento che fa turbinare foglie e aghi di pino, e l'odore forte del mare che arriva fin sulla strada.
Ricordo ancora, probabilmente negli anni '70, che quando la chiesa chiudeva, spesso sugli scalini sedeva Totonno, che simulava una improbabile partita a carte con un immaginario compagno, che veniva puntualmente ripreso, anche in malo modo, per le sue giocate azzardate.
Quando, come purtroppo accade, c'è un evento estremo, la partecipazione è corale.
La funzione si svolge regolarmente all'interno della chiesa, ma gli amici e conoscenti che rimangono fuori hanno modo di ricordare la persona scomparsa, parlandone e ricordandone abitudini, aneddoti, amicizia, generosità e atti di coraggio, e così la tristezza si trasforma in una dolce nostalgia, spesso condita da sorrisi, che attenuano il dolore della perdita.
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| Vesuvio visto dalla Chiesa di Santa Maria di Bellavista |
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| Penisola sorrentina e Capri - visuale dalla chiesa di Bellavista |
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| Santa Maria di Bellavista - facciata attuale |
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| La chiesa di Santa Maria di Bellavista - Foto di Pietro Scolorato |
lunedì 1 aprile 2019
Chiuvillo
Si chiamava Antonio Corsica, ma per noi tutti è sempre stato "Chiuvillo".
Così lo aveva ribattezzato la madre Mariella, vedendolo crescere magro e sottile come un chiodo.
Era la prima persona che si incontrava scendendo a Giuseppone.
Alla fine della strada si vedeva la torre di Villa Volpicelli, si svoltava l'angolo, e in primo piano, davanti al golfo, riconoscevi subito Chiovillo.
Biondo, di carnagione chiara, sempre curatissimo nella persona, composto e distinto, contemplava il mare e sembrava un turista inglese capitato a Giuseppone per caso.
Ti salutava e rispondeva a tono alle tue domande, ma avevi sempre l'impressione di averlo distolto da qualche suo pensiero.
La sua vita si è svolta tra il cancello di Villa Marino e la scogliera di Giuseppone.
Quei cento metri scarsi gli appartenevano di diritto!
Aveva raccolto sulla spiaggia di Riva Fiorita un gabbiano con un'ala spezzata.
Lo aveva portato a casa, lo nutriva con le alici, e gli aveva costruito una specie di stia che teneva sul ballatoio avanti alla porta della sua abitazione, e tutti i bambini andavano a vederlo.
Il povero gabbiano, ridotto ormai a un'anatra, quando a volte era lasciato libero, seguiva Chiuvillo come un cagnolino, camminandogli dietro con le sue zampe palmate.
L'abitudine a vivere nella natura, scrutando il mare -imparando a riconoscere i segnali che anticipano i temporali, le mareggiate, l'avvento dei fulmini- affina lo spirito di chi osserva con occhi ormai esperti e cuore puro di bambino che ancora si entusiasma e si meraviglia.
Questo era Chiuvillo.
Fu tra i primi ad usufruire del sussidio di disoccupato organizzato e partecipava a tutte le manifestazioni.
Sapeva che avrebbe dovuto trovarsi un lavoro, e veniva bonariamente preso in giro:
"Chiuvillo potrà lavorare solo se gli metteranno una scrivania sulla scogliera" - dicevano tutti.
Invece, a sorpresa, fu chiamato all'Istituto Nautico per dare una mano ad esporre i modelli di nave per il museo, per spostare le vetrine, e per altre piccole incombenze.
Questo doveva essere un incarico a tempo, ma Chiuvillo fu così bravo, puntuale, affidabile, corretto, coscienzioso, che la presidenza della scuola gli propose l'assunzione. Lui, rifiutò cortesemente.
Gli era bastato avere il riconoscimento per il lavoro che aveva svolto e la dimostrazione che, volendo, sapeva svolgere egregiamente il suo compito.
Ritornò a Giuseppone, a catturare e a vendere i polipi come aveva sempre fatto, a scrutare il cielo e il mare finchè un male inesorabile non lo ha portato via insieme alle sue fantasticherìe, facendo scomparire un altro indimenticabile personaggio della Posillipo di una volta.
Così lo aveva ribattezzato la madre Mariella, vedendolo crescere magro e sottile come un chiodo.
Era la prima persona che si incontrava scendendo a Giuseppone.
Alla fine della strada si vedeva la torre di Villa Volpicelli, si svoltava l'angolo, e in primo piano, davanti al golfo, riconoscevi subito Chiovillo.
Biondo, di carnagione chiara, sempre curatissimo nella persona, composto e distinto, contemplava il mare e sembrava un turista inglese capitato a Giuseppone per caso.
Ti salutava e rispondeva a tono alle tue domande, ma avevi sempre l'impressione di averlo distolto da qualche suo pensiero.
La sua vita si è svolta tra il cancello di Villa Marino e la scogliera di Giuseppone.
Quei cento metri scarsi gli appartenevano di diritto!
Aveva raccolto sulla spiaggia di Riva Fiorita un gabbiano con un'ala spezzata.
Lo aveva portato a casa, lo nutriva con le alici, e gli aveva costruito una specie di stia che teneva sul ballatoio avanti alla porta della sua abitazione, e tutti i bambini andavano a vederlo.
Il povero gabbiano, ridotto ormai a un'anatra, quando a volte era lasciato libero, seguiva Chiuvillo come un cagnolino, camminandogli dietro con le sue zampe palmate.
L'abitudine a vivere nella natura, scrutando il mare -imparando a riconoscere i segnali che anticipano i temporali, le mareggiate, l'avvento dei fulmini- affina lo spirito di chi osserva con occhi ormai esperti e cuore puro di bambino che ancora si entusiasma e si meraviglia.
Questo era Chiuvillo.
Fu tra i primi ad usufruire del sussidio di disoccupato organizzato e partecipava a tutte le manifestazioni.
Sapeva che avrebbe dovuto trovarsi un lavoro, e veniva bonariamente preso in giro:
"Chiuvillo potrà lavorare solo se gli metteranno una scrivania sulla scogliera" - dicevano tutti.
Invece, a sorpresa, fu chiamato all'Istituto Nautico per dare una mano ad esporre i modelli di nave per il museo, per spostare le vetrine, e per altre piccole incombenze.
Questo doveva essere un incarico a tempo, ma Chiuvillo fu così bravo, puntuale, affidabile, corretto, coscienzioso, che la presidenza della scuola gli propose l'assunzione. Lui, rifiutò cortesemente.
Gli era bastato avere il riconoscimento per il lavoro che aveva svolto e la dimostrazione che, volendo, sapeva svolgere egregiamente il suo compito.
Ritornò a Giuseppone, a catturare e a vendere i polipi come aveva sempre fatto, a scrutare il cielo e il mare finchè un male inesorabile non lo ha portato via insieme alle sue fantasticherìe, facendo scomparire un altro indimenticabile personaggio della Posillipo di una volta.
martedì 27 novembre 2018
Villa Marino e Riva Fiorita
Con il solito garbo che lo contraddistingueva, più di una volta Gennaro mi aveva invitato a scrivere qualcosa su Riva Fiorita.
Mai avrei pensato di non fare a tempo ad accontentarlo.
Dedico quindi a lui questo ricordo, con grande commozione e tanto rammarico.
Un Parco sul Mare
Favorito da una posizione strategica, inserito in una rada con due spiaggette, incuneato fra le grotte del cantiere navale e le altre grotte-alveare che ospitavano marinai e pescatori, era il paradiso dei vacanzieri.
Due palazzoni sistemati ad anfiteatro affacciavano sui viali interni, sulla piazzetta, sulla scogliera con il suo trampolino, sugli spazi liberi che alternativamente venivano utilizzati per giocare a pallone, a pallavolo, o per andare in bicicletta.
Pochi erano gli "stanziali", perchè Posillipo era considerata lontana dalla città, ma in estate tutti gli appartamenti venivano affittati.
Ragazzi e ragazze di tutte le età erano liberi di giocare e di spaziare all'aperto, mentre le madri li tenevano d'occhio dai balconi.
A questo parco si affiancò uno stabilimento in muratura, con tantissime cabine, un fornitissimo bar, una pizzeria, un ristorante, una pista da ballo, terrazze sul mare, docce e un juke-box.
Gli fu dato un nome orecchiabile e simpatico, "Riva Fiorita".
Lo si raggiungeva in auto dalla tortuosa via Ferdinando Russo, o da mare, con le motobarche panciute e sicure che prima dell'attracco al pontile, si preannunciavano con la sirena.
Di mattina si pensava soltanto al mare (tuffi dal trampolino, sfide di nuoto, lotte tra piramidi umane, inseguimenti con i materassini).
Tra le 13 e le 14 c'era il rito del pranzo, che si consumava sulle terrazze dello stabilimento.
Grandi tavoli venivano posizionati tra gli alberi di agrumi, nei viali, fra le file di cabine. Pizzeria e ristorante funzionavano alla grande, anche se molte madri provvedevano a portare il cibo da casa.
L'atmosfera era rilassata, serena; tutti scherzavano, sorridevano, si conoscevano, si scambiavano le provviste per un assaggio.
Fino alle 16 era vietato tornare in acqua dopo le libagioni abbondanti e allora ci si industriava a fare passare il tempo.
Si giocava sulla spiaggia: si tracciava un solco piuttosto articolato trascinando per i piedi un ragazzino seduto sulla rena, e si costruiva un circuito. Il gioco consisteva nel fare avanzare una pallina di pomice (trovata a mare e smussata fino a farla diventare perfettamente rotonda) spingendola con il pollice e l'indice fino al traguardo. Se questa usciva dal solco, si ricominciava da capo. Chiaramente ognuno aveva la sua.
Un altro gioco consisteva nel fare un mucchietto di sabbia, piazzandovi al centro, all'impiedi, uno stecco di gelato. Bisognava togliere via, a turno, un po' di rena, con il taglio della mano. Chi faceva cadere il bastoncino pagava pegno.
Alle 16, l'arrembaggio!
Di nuovo tutti a mare, godendo gli ultimi raggi del sole che tramontava dietro Villa Volpicelli.
Quando i bagnanti che venivano dalla città tornavano a casa, lasciando libera la spiaggia, questa veniva immediatamente occupata dagli stanziali, che la utilizzavano per interminabili partite a pallone.
La sera, sulla terrazza dello stabilimento, suonava l'orchestrina dei fratelli Settesoldi.
Ci si riuniva per ascoltarli, per ballare.
Ogni tanto c'era una serata, nella quale si esibivano per gioco le persone che abitavano a Riva Fiorita.
C'era chi cantava, chi raccontava barzellette, chi recitava poesie.
Ci fu anche un tentativo di trasformare lo stabilimento in night.
La location era perfetta: terrazza sul mare, alberi, bar, pista da ballo, fontana, aiuole fiorite e pergolati di glicine e bouganvillea.
Per un paio d'estati funzionò, fra i cantanti del momento si esibirono a Riva Fiorita Teddy Reno, Fred Bongusto e altri.
I ragazzini villeggianti entravano scavalcando dalle docce, finchè, scoperti, venivano scacciati senza complimenti. Altri meno intraprendenti, sedevano sulla scogliera, e ascoltando la musica immaginavano di trovarsi sulla terrazza che avevano di fronte.
Le macchine scoperte con signorine scollacciate e truccate, accompagnate da giovanotti spocchiosi, rappresentavano un diversivo per le tranquille famiglie che abitavano a Villa Marino, e che trascorrevano le serate sedute in piazzetta.
Gli ultimi eventi memorabili furono il concorso per l'ondina di SportSud e le gare di nuoto a mare.
Con la scomparsa del proprietario, il commendator Marino, man mano tutti gli appartamenti sono stati venduti. Riva Fiorita è diventata un gigantesco condominio dove ognuno detta legge.
Lo stabilimento non esiste più, e la struttura, una volta curatissima, è ormai fatiscente.
Ma peggio ancora, non esiste più quell'armonia che accomunava, come una grande famiglia, tutti quelli che avevano la fortuna di condividere sole, mare, semplicità di vita, e serenità.
Mai avrei pensato di non fare a tempo ad accontentarlo.
Dedico quindi a lui questo ricordo, con grande commozione e tanto rammarico.
Un Parco sul Mare
Favorito da una posizione strategica, inserito in una rada con due spiaggette, incuneato fra le grotte del cantiere navale e le altre grotte-alveare che ospitavano marinai e pescatori, era il paradiso dei vacanzieri.
Due palazzoni sistemati ad anfiteatro affacciavano sui viali interni, sulla piazzetta, sulla scogliera con il suo trampolino, sugli spazi liberi che alternativamente venivano utilizzati per giocare a pallone, a pallavolo, o per andare in bicicletta.
Pochi erano gli "stanziali", perchè Posillipo era considerata lontana dalla città, ma in estate tutti gli appartamenti venivano affittati.
Ragazzi e ragazze di tutte le età erano liberi di giocare e di spaziare all'aperto, mentre le madri li tenevano d'occhio dai balconi.
A questo parco si affiancò uno stabilimento in muratura, con tantissime cabine, un fornitissimo bar, una pizzeria, un ristorante, una pista da ballo, terrazze sul mare, docce e un juke-box.
Gli fu dato un nome orecchiabile e simpatico, "Riva Fiorita".
Lo si raggiungeva in auto dalla tortuosa via Ferdinando Russo, o da mare, con le motobarche panciute e sicure che prima dell'attracco al pontile, si preannunciavano con la sirena.
Di mattina si pensava soltanto al mare (tuffi dal trampolino, sfide di nuoto, lotte tra piramidi umane, inseguimenti con i materassini).
Tra le 13 e le 14 c'era il rito del pranzo, che si consumava sulle terrazze dello stabilimento.
Grandi tavoli venivano posizionati tra gli alberi di agrumi, nei viali, fra le file di cabine. Pizzeria e ristorante funzionavano alla grande, anche se molte madri provvedevano a portare il cibo da casa.
L'atmosfera era rilassata, serena; tutti scherzavano, sorridevano, si conoscevano, si scambiavano le provviste per un assaggio.
Fino alle 16 era vietato tornare in acqua dopo le libagioni abbondanti e allora ci si industriava a fare passare il tempo.
Si giocava sulla spiaggia: si tracciava un solco piuttosto articolato trascinando per i piedi un ragazzino seduto sulla rena, e si costruiva un circuito. Il gioco consisteva nel fare avanzare una pallina di pomice (trovata a mare e smussata fino a farla diventare perfettamente rotonda) spingendola con il pollice e l'indice fino al traguardo. Se questa usciva dal solco, si ricominciava da capo. Chiaramente ognuno aveva la sua.
Un altro gioco consisteva nel fare un mucchietto di sabbia, piazzandovi al centro, all'impiedi, uno stecco di gelato. Bisognava togliere via, a turno, un po' di rena, con il taglio della mano. Chi faceva cadere il bastoncino pagava pegno.
Alle 16, l'arrembaggio!
Di nuovo tutti a mare, godendo gli ultimi raggi del sole che tramontava dietro Villa Volpicelli.
Quando i bagnanti che venivano dalla città tornavano a casa, lasciando libera la spiaggia, questa veniva immediatamente occupata dagli stanziali, che la utilizzavano per interminabili partite a pallone.
La sera, sulla terrazza dello stabilimento, suonava l'orchestrina dei fratelli Settesoldi.
Ci si riuniva per ascoltarli, per ballare.
Ogni tanto c'era una serata, nella quale si esibivano per gioco le persone che abitavano a Riva Fiorita.
C'era chi cantava, chi raccontava barzellette, chi recitava poesie.
Ci fu anche un tentativo di trasformare lo stabilimento in night.
La location era perfetta: terrazza sul mare, alberi, bar, pista da ballo, fontana, aiuole fiorite e pergolati di glicine e bouganvillea.
Per un paio d'estati funzionò, fra i cantanti del momento si esibirono a Riva Fiorita Teddy Reno, Fred Bongusto e altri.
I ragazzini villeggianti entravano scavalcando dalle docce, finchè, scoperti, venivano scacciati senza complimenti. Altri meno intraprendenti, sedevano sulla scogliera, e ascoltando la musica immaginavano di trovarsi sulla terrazza che avevano di fronte.
Le macchine scoperte con signorine scollacciate e truccate, accompagnate da giovanotti spocchiosi, rappresentavano un diversivo per le tranquille famiglie che abitavano a Villa Marino, e che trascorrevano le serate sedute in piazzetta.
Gli ultimi eventi memorabili furono il concorso per l'ondina di SportSud e le gare di nuoto a mare.
Con la scomparsa del proprietario, il commendator Marino, man mano tutti gli appartamenti sono stati venduti. Riva Fiorita è diventata un gigantesco condominio dove ognuno detta legge.
Lo stabilimento non esiste più, e la struttura, una volta curatissima, è ormai fatiscente.
Ma peggio ancora, non esiste più quell'armonia che accomunava, come una grande famiglia, tutti quelli che avevano la fortuna di condividere sole, mare, semplicità di vita, e serenità.
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| Riva Fiorita anni '60-'70 - Archivio Gennaro Improta |
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| Riva Fiorita - Anni '60 - Archivio Gennaro Improta |
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| Archivio Ludovico Mosca |
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| Archivio Ludovico Mosca |
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| Archivio Ludovico Mosca |
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| Archivio Ludovico Mosca |
venerdì 26 ottobre 2018
Il Palazzo Rosso
Appena varcato il cancello -tenuto su da due pilastri su uno dei quali è scritto "Villa" e sull'altro "Marino"- ci si inoltra verso quello che era il magnifico stabilimento di Riva Fiorita, ora purtroppo abbandonato e fatiscente.
Appena entrati, sulla sinistra, un palazzo di mattoni rossi con due torri merlate simula un castelletto sul mare. Lo stile eclettico del palazzo comprende degli oblò sulle torrette che limitano il terrazzo di copertura, mentre al secondo piano una veranda con finestre a sei archi corrisponde al salone dell'appartamento nel quale abitava il commendatore Marino.
Era questa una stanza molto vasta, logicamente panoramicissima, con un pavimento spettacolare di cotto antico molto chiaro, sul quale spiccavano dei disegni di una maiolica azzurra delicatissima, con scene di pescatori, di scogli, e di di barche.
Di fronte a questo "palazzo rosso" una gittata di cemento aveva creato una spianata che si raggiungeva salendo dei gradini.
In effetti, erano stati ricoperti dei grossi scogli neri le cui sommità, in alcuni punti ancora spuntavano dalla piattaforma.
Verso il mare quattro scalini piccolissimi portavano a una spiaggetta altrettanto minuscola, dove al massimo potevano starci due persone sedute, e forse tre in piedi.
Date anche le dimensioni ridotte, era una spiaggetta molto esclusiva, frequentata spesso dalla bella e cara signora Fabris, dalla signora Totò Avéta, che scendeva con giacca smanicata e turbante relativo di spugna bianca o gialla, che faceva risaltare la sua abbronzatura scura, color monaca di mare,
da Vera Nandi, attrice e caratterista di film napoletani, e poi da Luisa Conte, che portava con sé il cagnolino ammaestrato che recitava nella compagnia.
Non era stata ancora costruita quella "litoranea" sopraelevata che ha coperto e fatto scomparire la spiaggetta, mettendo fine ai continui allagamenti della strada che tanto ci piacevano.
Durante le mareggiate, in inverno. il mare grosso infatti si infrangeva contro la bassa piattaforma; le onde la scavalcavano e allagavano la strada fino a sotto il palazzo rosso.
Il mare defluiva poi lentamente attraverso le feritoie che erano state lasciate tra gli scogli, mentre altre ondate sopraggiungevano. Anche se si passava a piedi scalzi si rischiava di essere presi in pieno da una bordata d'acqua.
Il palazzo rosso sul mare, con quella sua loggetta con gli archi, con un po' di immaginazione ci faceva sentire come i veneziani con l'acqua alta.
Successivamente, quando il mare si calmava, sulla strada si trovavano alghe verdi, qualche foglia di poseidonia, un po' di sabbia qua e là, che permetteva finalmente un guado, e spesso anche piccoli mazzoni e bavose che ci affrettavamo a rigettare in mare.
A volte anche qualche granchio spiritecchio, che spaventatissimo correva di traverso, alla ricerca di una via di fuga, dopo l'avventura che questa mareggiata gli aveva fatto vivere.
Dedicato a Loretana e Giovannella, Annamaria Esposito, Lello e Roberto.
Appena entrati, sulla sinistra, un palazzo di mattoni rossi con due torri merlate simula un castelletto sul mare. Lo stile eclettico del palazzo comprende degli oblò sulle torrette che limitano il terrazzo di copertura, mentre al secondo piano una veranda con finestre a sei archi corrisponde al salone dell'appartamento nel quale abitava il commendatore Marino.
Era questa una stanza molto vasta, logicamente panoramicissima, con un pavimento spettacolare di cotto antico molto chiaro, sul quale spiccavano dei disegni di una maiolica azzurra delicatissima, con scene di pescatori, di scogli, e di di barche.
Di fronte a questo "palazzo rosso" una gittata di cemento aveva creato una spianata che si raggiungeva salendo dei gradini.
In effetti, erano stati ricoperti dei grossi scogli neri le cui sommità, in alcuni punti ancora spuntavano dalla piattaforma.
Verso il mare quattro scalini piccolissimi portavano a una spiaggetta altrettanto minuscola, dove al massimo potevano starci due persone sedute, e forse tre in piedi.
Date anche le dimensioni ridotte, era una spiaggetta molto esclusiva, frequentata spesso dalla bella e cara signora Fabris, dalla signora Totò Avéta, che scendeva con giacca smanicata e turbante relativo di spugna bianca o gialla, che faceva risaltare la sua abbronzatura scura, color monaca di mare,
da Vera Nandi, attrice e caratterista di film napoletani, e poi da Luisa Conte, che portava con sé il cagnolino ammaestrato che recitava nella compagnia.
Non era stata ancora costruita quella "litoranea" sopraelevata che ha coperto e fatto scomparire la spiaggetta, mettendo fine ai continui allagamenti della strada che tanto ci piacevano.
Durante le mareggiate, in inverno. il mare grosso infatti si infrangeva contro la bassa piattaforma; le onde la scavalcavano e allagavano la strada fino a sotto il palazzo rosso.
Il mare defluiva poi lentamente attraverso le feritoie che erano state lasciate tra gli scogli, mentre altre ondate sopraggiungevano. Anche se si passava a piedi scalzi si rischiava di essere presi in pieno da una bordata d'acqua.
Il palazzo rosso sul mare, con quella sua loggetta con gli archi, con un po' di immaginazione ci faceva sentire come i veneziani con l'acqua alta.
Successivamente, quando il mare si calmava, sulla strada si trovavano alghe verdi, qualche foglia di poseidonia, un po' di sabbia qua e là, che permetteva finalmente un guado, e spesso anche piccoli mazzoni e bavose che ci affrettavamo a rigettare in mare.
A volte anche qualche granchio spiritecchio, che spaventatissimo correva di traverso, alla ricerca di una via di fuga, dopo l'avventura che questa mareggiata gli aveva fatto vivere.
Dedicato a Loretana e Giovannella, Annamaria Esposito, Lello e Roberto.
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| Mareggiata a Giuseppone a Mare - Archivio Istituto Luce |
sabato 1 settembre 2018
Settembre
Per me, era il mese più bello, perchè ci riappropriavamo del "nostro" mare.
Le vacanze per i bagnanti che venivano dalla città erano terminate con la fine di agosto.
Già dal 20 in poi, man mano l'affluenza ai lidi scemava, gli ombrelloni sulle spiagge erano sempre di meno, un'unica motobarca faceva soltanto due corse.
Non si udivano più il vociare allegro dei bambinetti che giocavano con i secchielli, le formette, i salvagenti e i canottini.
I villeggianti lasciavano a malincuore le case e gli operai del cantiere avevano il loro daffare per mettere le imbarcazioni al riparo nelle grotte.
Con l'avvento di settembre tutti i padri tornavano al lavoro, e i bambini si preparavano al ritorno a scuola.
Non c'era più quel passaggio continuo di barche, motoscafi, vele.
Il silenzio che ne seguiva era rotto solo ogni tanto dal motore di un gozzo lontano.
La natura dava allora il meglio di sè.
Il cielo diventava più azzurro, il mare si increspava luccicando, il verde della collina prendeva delle sfumature che facevano meglio risaltare i colori chiari delle ville seminascoste fra gli alberi.
L'aria era più limpida e luminosa, per cui si aveva l'impressione che qualcuno avesse passato una mano di vernice fresca sul golfo e sulla costa.
Allora, prima di trasferirci definitivamente anche in inverno a Posillipo, toccava anche a noi, con gran dolore, lasciare casa.
La scuola iniziava attorno alla fine di settembre, ma mia madre trascinava la nostra villeggiatura fino al quindici di ottobre dicendo (giustamente!) che altri 20 bagni non avrebbero inficiato i nostri studi, ma avrebbero fatto bene alla nostra salute.
Tornavo quindi a scuola ancora abbronzata, guardata con malcelata invidia dalle mie compagne, con grande disapprovazione delle suore del Nazareth, con rassegnazione dalle maestre.
Il nostro medico, il carissimo dottore Verde, amico di famiglia e gran brava persona, ogni estate suggeriva ai nostri genitori di propinarci un purgante, visto che avremmo dovuto affrontare un "cambiamento d'aria" (dalla città a Posillipo!) , e ci prescriveva anche un antitifico in pillole che si prendevano una al giorno per una settimana.
Il piacere di andare in villeggiatura ci faceva ubbidire, ma il problema si riproponeva con il successivo "cambiamento d'aria", quando dal mare dovevamo tornare in città. Ma allora si ragionava così! E questo medico, al quale ho voluto un gran bene, non poteva immaginare che adesso che si vola in giornata da un continente all'altro, la sua teoria era certamente eccessiva.
L'anno scolastico era diviso in tre trimestri.
Alla fine di ogni trimestre, c'era l'adunata.
Tutte in divisa blu, con i guanti bianchi, in piedi in una grande stanza -che in genere era il refettorio- (dove chi faceva il doposcuola mangiava ascoltando la vita dei santi, letta da una suora che sedeva su una sedia come quella degli arbitri del tennis), ricevevamo le pagelle.
Eravamo chiamate dalla Madre Superiora, una donna anziana, molle, sgradevole, bassa e bianchiccia.
Sembrava un bignè sfatto. Portava gli occhiali rotondi, senza montatura, aveva i denti piccoli e aguzzi come quelli dei pescecani, e i guanti di lana neri che le lasciavano i polpastrelli nudi per sfogliare il vangelo. (così diceva lei!).
Prima della consegna delle pagelle, c'era la premiazione delle alunne più meritevoli, le quali in genere erano sempre le stesse.
I premi consistevano in una fascia di gross-grain che veniva posizionata su una spalla e allacciata morbidamente in vita, un nastro azzurro (io dicevo come gli ufficiali di picchetto) rappresentava il premio di condotta, un nastro giallo indicava il premio di profitto, quello rosso era il premio di francese.
C'erano poi le note di biasimo, scritte con inchiostro nero su un cartellino grigio, e gli attestati di assiduità.
A queste ultime due, io ero abbonata.
Per le note di biasimo -correvo nei corridoi, parlavo nelle file, facevo ridere le compagne, dimenticavo i guanti bianchi, etc.- , per il premio di assiduità, tolti i primi giorni di scuola, non sono mai mancata una volta alle lezioni.
Durante l'anno scolastico tutte si ammalavano e si assentavano qualche giorno, e io le invidiavo, ma mia madre, così "ispirata" a fine stagione, non ammetteva che io facessi più assenze.
Ed ecco il premio di assiduità!
Un'unica volta ho ricevuto il nastro rosso di francese, ma siccome dopo l'adunata c'era la ricreazione, e vedevo queste mie compagne pluridecorate, immobili, senza osare muoversi, guardarci giocare a fulmine, a palla prigioniera, a campana, me la tolsi.
E cosa non successe quando a fine giornata un'altra suora venne a ritirare le fasce e io non sapevo che fine avesse fatto la mia!
Provvidenzialmente il nastro ricomparve, rinvenuto da una bidella sulla punta di un cancello del cortile e... non fui premiata mai più!
Le vacanze per i bagnanti che venivano dalla città erano terminate con la fine di agosto.
Già dal 20 in poi, man mano l'affluenza ai lidi scemava, gli ombrelloni sulle spiagge erano sempre di meno, un'unica motobarca faceva soltanto due corse.
Non si udivano più il vociare allegro dei bambinetti che giocavano con i secchielli, le formette, i salvagenti e i canottini.
I villeggianti lasciavano a malincuore le case e gli operai del cantiere avevano il loro daffare per mettere le imbarcazioni al riparo nelle grotte.
Con l'avvento di settembre tutti i padri tornavano al lavoro, e i bambini si preparavano al ritorno a scuola.
Non c'era più quel passaggio continuo di barche, motoscafi, vele.
Il silenzio che ne seguiva era rotto solo ogni tanto dal motore di un gozzo lontano.
La natura dava allora il meglio di sè.
Il cielo diventava più azzurro, il mare si increspava luccicando, il verde della collina prendeva delle sfumature che facevano meglio risaltare i colori chiari delle ville seminascoste fra gli alberi.
L'aria era più limpida e luminosa, per cui si aveva l'impressione che qualcuno avesse passato una mano di vernice fresca sul golfo e sulla costa.
Allora, prima di trasferirci definitivamente anche in inverno a Posillipo, toccava anche a noi, con gran dolore, lasciare casa.
La scuola iniziava attorno alla fine di settembre, ma mia madre trascinava la nostra villeggiatura fino al quindici di ottobre dicendo (giustamente!) che altri 20 bagni non avrebbero inficiato i nostri studi, ma avrebbero fatto bene alla nostra salute.
Tornavo quindi a scuola ancora abbronzata, guardata con malcelata invidia dalle mie compagne, con grande disapprovazione delle suore del Nazareth, con rassegnazione dalle maestre.
Il nostro medico, il carissimo dottore Verde, amico di famiglia e gran brava persona, ogni estate suggeriva ai nostri genitori di propinarci un purgante, visto che avremmo dovuto affrontare un "cambiamento d'aria" (dalla città a Posillipo!) , e ci prescriveva anche un antitifico in pillole che si prendevano una al giorno per una settimana.
Il piacere di andare in villeggiatura ci faceva ubbidire, ma il problema si riproponeva con il successivo "cambiamento d'aria", quando dal mare dovevamo tornare in città. Ma allora si ragionava così! E questo medico, al quale ho voluto un gran bene, non poteva immaginare che adesso che si vola in giornata da un continente all'altro, la sua teoria era certamente eccessiva.
L'anno scolastico era diviso in tre trimestri.
Alla fine di ogni trimestre, c'era l'adunata.
Tutte in divisa blu, con i guanti bianchi, in piedi in una grande stanza -che in genere era il refettorio- (dove chi faceva il doposcuola mangiava ascoltando la vita dei santi, letta da una suora che sedeva su una sedia come quella degli arbitri del tennis), ricevevamo le pagelle.
Eravamo chiamate dalla Madre Superiora, una donna anziana, molle, sgradevole, bassa e bianchiccia.
Sembrava un bignè sfatto. Portava gli occhiali rotondi, senza montatura, aveva i denti piccoli e aguzzi come quelli dei pescecani, e i guanti di lana neri che le lasciavano i polpastrelli nudi per sfogliare il vangelo. (così diceva lei!).
Prima della consegna delle pagelle, c'era la premiazione delle alunne più meritevoli, le quali in genere erano sempre le stesse.
I premi consistevano in una fascia di gross-grain che veniva posizionata su una spalla e allacciata morbidamente in vita, un nastro azzurro (io dicevo come gli ufficiali di picchetto) rappresentava il premio di condotta, un nastro giallo indicava il premio di profitto, quello rosso era il premio di francese.
C'erano poi le note di biasimo, scritte con inchiostro nero su un cartellino grigio, e gli attestati di assiduità.
A queste ultime due, io ero abbonata.
Per le note di biasimo -correvo nei corridoi, parlavo nelle file, facevo ridere le compagne, dimenticavo i guanti bianchi, etc.- , per il premio di assiduità, tolti i primi giorni di scuola, non sono mai mancata una volta alle lezioni.
Durante l'anno scolastico tutte si ammalavano e si assentavano qualche giorno, e io le invidiavo, ma mia madre, così "ispirata" a fine stagione, non ammetteva che io facessi più assenze.
Ed ecco il premio di assiduità!
Un'unica volta ho ricevuto il nastro rosso di francese, ma siccome dopo l'adunata c'era la ricreazione, e vedevo queste mie compagne pluridecorate, immobili, senza osare muoversi, guardarci giocare a fulmine, a palla prigioniera, a campana, me la tolsi.
E cosa non successe quando a fine giornata un'altra suora venne a ritirare le fasce e io non sapevo che fine avesse fatto la mia!
Provvidenzialmente il nastro ricomparve, rinvenuto da una bidella sulla punta di un cancello del cortile e... non fui premiata mai più!
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| Posillipo dall'alto e piena di verde negli anni '50-'60 - dall'archivio di Gennaro Improta |
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| Vista di Posillipo da mare negli anni '60-'70 - dall' archivio di Gennaro Improta (che ringraziamo) |
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| Posillipo - dall'Archivio Gennaro Improta |
mercoledì 8 agosto 2018
Bastiano
Avrebbe voluto essere chiamato Sebastiano, ma più semplicemente veniva chiamato da tutti Bastiano.
Non particolarmente alto, ma massiccio, con una faccia da brava persona.
Era un brav'uomo infatti, ingenuo e un po' credulone.
Ascoltava attentamente le scempiaggini e le assurdità che per gioco gli venivano raccontate, sgranava gli occhi per la meraviglia ed era pronto a ripeterle a sua volta.
Si dava un gran daffare a dirigere il traffico nella piazzetta di Giuseppone, ed era sempre gentile con tutti, arrotondava le sue entrate vendendo fichi d'india e fiori per le coppiette.
Li teneva in un vaso sulla sua Ape verde bottiglia, insieme a varie bombolette spray di vernice colorata, e, nascondendosi tra le barche, li dipingeva.
Così si presentava con garofani blu, nasturzi rossi, margherite verdi e altri fiori dai colori inverosimili che probabilmente avrebbero anche stinto.
A fine stagione il trerrote era occupato da una grossa pentola che poggiava su un fornello alimentato da una bombola a gas. Bastiano vendeva le spighe bollite, sempre alternando il suo lavoro di guardiamacchine a quello di ristoratore.
il suo richiamo era "Vòlle 'a vollanca, vòlle!".
Quando non riusciva a venderle tutte entrava dal cancello di Riva Fiorita dov'era accolto e circondato da ragazzini che mordendo e succhiando le spugne che avevano comperato, puntualmente gli facevano il verso, e a loro volta gridavano il suo "volle 'a vollanca, volle!".
In inverno, le spighe erano sostituite dalle castagne arrostite su un braciere, e il loro odore si diffondeva mischiandosi al profumo del mare.
Il ristorante, allora, procedeva a tutto ritmo.
Era un locale molto in voga, frequentato da attori e calciatori.
Soltanto quando faceva molto freddo, o mareggiava, e di conseguenza gli avventori erano pochi, Bastiano mancava all'appello, ma questo accadeva pochi giorni all'anno ed in quei giorni la sua assenza era tangibile.
E ancora adesso, dopo tanti anni, svoltato l'angolo alla fine della discesa, ci si meraviglia di non vederlo correre avanti alla macchina, roteando le braccia e indicandoti dove lasciarla...
| Riva Fiorita in una cartolina degli anni '50 - Foto dall'archivio di Gennaro Improta |
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| Riva Fiorita |
| Riva Fiorita in una cartolina degli anni '50 - Foto dall'archivio di Gennaro Improta |
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