Come tanti altri personaggi di questi miei piccoli ricordi, anche Don Liborio era un pescatore.
Scendeva dal Casale con il suo fido cane, e prendeva il pesce, non per venderlo ma per la sua sopravvivenza.
Il cane era per lui come un figlio: lo seguiva dappertutto, capiva tutto, non gli era mai d'intralcio.
Quando tornavano da mare prendevano l'ultimo sole sul muretto di Giuseppone, prima di affrontare la salita che li avrebbe portati a casa.
Il cane gli si appoggiava addosso, e don Liborio, con garbo, gli diceva : "Togliti, ca me liéve 'o sole" , e immediatamente, a malincuore, questo si spostava e cambiava posizione.
Una volta ci fu una signora, che abitava a Giuseppone, che prima di ritirarsi aveva appoggiato a terra due grandi buste con la spesa della settimana, e si era soffermata a parlare con dei conoscenti.
La tentazione per il cane fu fatale!
Da questi contenitori, secondo lui abbandonati, venivano fuori odori di mortadella, salumi, formaggi, carne.
Fu un attimo.
Tutte le provviste vennero fatte fuori.
La signora, furibonda, cominciò a inveire.
Don Liborio, un po' mortificato, offrì il pesce che aveva pescato come risarcimento (di più non aveva).
Se ne sentì di tutti i colori, ma perse le staffe quando il suo cane fu insolentito e gli fu augurato il male.
E allora, preso coraggio, rispose alla signora : "Signò, si vuje tenisseve 'e cerevella 'e 'stu cane, stésseve all'università!" .
E su questa frase, diventata da quel giorno storica a Giuseppone, la questione giocoforza si concluse.
Racconti, aneddoti e ricordi in una successione di atmosfere di un tempo, nelle storie e nei visi puliti della Posillipo a cavallo degli anni '50 e '60, nelle memorie di Maria Civita.
domenica 10 giugno 2018
il Villaggio
Con la creazione della strada voluta da Gioacchino Murat e completata nel 1814, man mano il villaggio divenne un quartiere campagnolo e marinaresco.
Alle rustiche masserie si affiancarono quindi nel tempo ville imponenti, palazzotti signorili e successivamente qualche villino liberty, specie nei rioni Carelli, Spinelli e al Casale, in un tripudio di verde e mare e natura prorompente.
I pini, le palme, gli alberi pregiati delle ville, si alternarono alle campagne ricche di agavi, fichi d'india, ulivi, aranci e viti. Sulla costa tante grotte, anfratti, spiaggette, erano intervallate da lunghi scogli di tufo piatti, le chiane, ricoperti da alghe verdi, cozze e uva di mare.
E in questo luogo paradisiaco hanno vissuto fino agli anni '70 i posillipini veraci: gente semplice, affabile, accomodante, rispettosa, incline al sorriso.
La città in linea d'aria era vicinissima, ma lontanissima dal modo di vivere di questi indigeni, che godevano appieno del mare, del vento, dell'esaltante visione del golfo in burrasca, delle cime degli alberi che ondeggiavano sotto la strada.
In qualsiasi periodo dell'anno, nei momenti liberi, c'era sempre chi andava a pescare.
I più giovani attraversavano la strada con una maglietta sul costume o con la muta, gli anziani, più pazienti, sedevano sugli scogli armati di canna da pesca e... aspettavano.
Il ritmo della vita era lento; la natura meravigliosa contribuiva a rasserenare gli animi con l'offerta della sua visione felice.
Non esistevano barriere sociali; si era tutti amici fraterni, senza nessuna differenza di classe.
I posillipini (di allora) erano tutte persone perbene, rispettose di regole non scritte : convivevano senza prevaricazioni condividendo l'incanto di questo estremo lembo del golfo che possedeva caratteristiche così diverse dal resto della città.
L'infanzia e la prima giovinezza dei ragazzi di Posillipo è stata felice e spensierata.
Si può senz'altro dire che sono stati anni vissuti senza sprecare nulla.
Il Rione Carelli e Piazza San Luigi, in particolare, erano una fucina di atleti.
Tantissimi praticavano il canottaggio e altrettanti erano i velisti. Ma c'erano anche i nuotatori, i pallanuotisti, i pescatori subacquei, che incanalavano nello sport le loro energie in eccesso e la loro gioia di vivere.
Tutti ragazzi sereni, semplici, sani e tanto diversi dai loro coetanei cittadini.
Poi, con la morte nel cuore, chi per lavoro, chi perchè si è sposato, chi per necessità, essendo lievitati i prezzi delle case in affitto, i posillipini - tranne pochi superstiti - hanno dovuto allontanarsi un po' tutti cedendo il posto ai "nuovi arrivati", che non sembrano apprezzare appieno la fortuna di vivere in un posto così particolare.
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| Immagine da galleriefotocrafiche.com |
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| Il Casale di Posillipo in un'immagine degli anni '50 |
martedì 30 gennaio 2018
I primi bagni
Una volta l'estate non arrivava così, di botto.
L'aria si riscaldava ogni giorno un po', in modo graduale, diventando sempre più tiepida, leggera, e profumata.
A Posillipo, il segnale dell'inizio dei bagni era rappresentato dalla fioritura del glicine.
Ai primi di marzo tutti cominciavamo a scalpitare; alcuni, inseguiti e minacciati dalle madri, indossavano già le magliette estive.
Alla domenica e nei giorni di festa chi aveva la macchina si recava sulla spiaggia di Licola, perchè sapeva che la sabbia -sempre aborrita in condizioni normali- avrebbe favorito rapidamente l'abbronzatura da ostentare prima degli altri.
Si tornava a casa arrossati dal sole, con questa sabbia sottile, odiosa, appiccicata al costume e ai teli di spugna umidi.
Il richiamo del mare era irresistibile: faceva parte della nostra natura, della nostra vita.
Avevamo smesso di fare i bagni da pochi mesi, e non vedevamo l'ora di immergerci di nuovo.
Si tiravano fuori i costumi, si riparavano gli zoccoli di legno sostituendo i chiodi arrugginiti che fermavano la fascia di cuoio, e si era... pronti.
C'era chi aveva la fortuna di avere il mare sotto casa, e chi lo ammirava, vicinissimo, dai balconi e dalle finestre.
Esisteva una tacita gara a chi a inizio stagione aveva fatto più bagni.
Nell'attesa dell'avvio ufficiale, si osservavano i preparativi dei marinai e dei pescatori, nostri insostituibili e inconsci maestri di vita, per la serena semplicità e per la filosofia spicciola che contraddistingueva le loro esistenze.
Eravamo affascinati dal loro rispetto per il mare e per la natura.
Ai profumi della primavera, si sommavano quelli della vernice e dell'antivegetativa che veniva data ai canotti girati a pancia in giù sulle spiaggette e sugli imbarcatoi.
I pescatori riparavano le reti in riva al mare, godendo del tepore primaverile, e raccontavano di qualche pesca miracolosa che speravano di ripetere.
I ragazzi di Posillipo sfoggiavano un'abbronzatura dorata che li distingueva da quelli di città, rendendoli riconoscibilissimi.
Alla fine di aprile, i primi colpi di maglio assestati con grande maestrìa, decretavano che l'estate era finalmente in arrivo. Venivano montati i pali e le tavole ed era uno spettacolo veder crescere così rapidamente quelli che sarebbero stati lidi su palafitte.
L'aria si riscaldava ogni giorno un po', in modo graduale, diventando sempre più tiepida, leggera, e profumata.
A Posillipo, il segnale dell'inizio dei bagni era rappresentato dalla fioritura del glicine.
Ai primi di marzo tutti cominciavamo a scalpitare; alcuni, inseguiti e minacciati dalle madri, indossavano già le magliette estive.
Alla domenica e nei giorni di festa chi aveva la macchina si recava sulla spiaggia di Licola, perchè sapeva che la sabbia -sempre aborrita in condizioni normali- avrebbe favorito rapidamente l'abbronzatura da ostentare prima degli altri.
Si tornava a casa arrossati dal sole, con questa sabbia sottile, odiosa, appiccicata al costume e ai teli di spugna umidi.
Il richiamo del mare era irresistibile: faceva parte della nostra natura, della nostra vita.
Avevamo smesso di fare i bagni da pochi mesi, e non vedevamo l'ora di immergerci di nuovo.
Si tiravano fuori i costumi, si riparavano gli zoccoli di legno sostituendo i chiodi arrugginiti che fermavano la fascia di cuoio, e si era... pronti.
C'era chi aveva la fortuna di avere il mare sotto casa, e chi lo ammirava, vicinissimo, dai balconi e dalle finestre.
Esisteva una tacita gara a chi a inizio stagione aveva fatto più bagni.
Nell'attesa dell'avvio ufficiale, si osservavano i preparativi dei marinai e dei pescatori, nostri insostituibili e inconsci maestri di vita, per la serena semplicità e per la filosofia spicciola che contraddistingueva le loro esistenze.
Eravamo affascinati dal loro rispetto per il mare e per la natura.
Ai profumi della primavera, si sommavano quelli della vernice e dell'antivegetativa che veniva data ai canotti girati a pancia in giù sulle spiaggette e sugli imbarcatoi.
I pescatori riparavano le reti in riva al mare, godendo del tepore primaverile, e raccontavano di qualche pesca miracolosa che speravano di ripetere.
I ragazzi di Posillipo sfoggiavano un'abbronzatura dorata che li distingueva da quelli di città, rendendoli riconoscibilissimi.
Alla fine di aprile, i primi colpi di maglio assestati con grande maestrìa, decretavano che l'estate era finalmente in arrivo. Venivano montati i pali e le tavole ed era uno spettacolo veder crescere così rapidamente quelli che sarebbero stati lidi su palafitte.
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| Immagine da NapoliFlash24.it |
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| Immagine da NapoliFlash24.it |
martedì 16 gennaio 2018
Il Comandante
Achille Lauro, armatore, sindaco di Napoli, presidente della squadra di calcio, deputato, senatore, proprietario di una emittente televisiva, editore, fu tanto amato quanto discusso.
Figlio di Gioacchino, armatore di Sorrento e proprietario di due velieri, a tredici anni per punizione fu imbarcato dal padre in qualità di mozzo, avendo circuito la donna di servizio della famiglia.
Probabilmente fu allora che si innamorò del mare.
Tornato in casa, convinse pian piano il padre a comprare vecchie navi e a ripararle per metterle in condizione di trasportare le merci nel Mediterraneo.
Gli affari cominciarono a rendere bene, le rotte si allungarono sempre di più, i porti di carico e scarico divennero sempre più numerosi e lontani fra loro. Nel tempo la flotta raggiunse la considerevole cifra di 57 navi, e Achille Lauro, che per le sue spontanee esternazioni fu chiamato da Mussolini "Pittoresco uomo di mare", divenne il più forte armatore d'Europa, prima che comparissero i più famosi armatori greci.
Con una mossa a sorpresa permise ai dipendenti della sua flotta una compartecipazione alle sue attività e qui nacque il mito del comandante, con un grosso consenso di stampo populista.
Durante a guerra fu fatto prigioniero e internato a Padula. Una buona parte delle navi della sua flotta fu affondata durante i bombardamenti.
Dopo la liberazione gli inglesi gli restituirono le navi sequestrate e gli concessero la possibilità di acquistarne alcune Liberty.
LAuro si dette un gran daffare a riparare le navi affondate e la flotta, anche se decimata, ripartì, passando poi da mercantile a passeggeri.
Si dedicò anche alla politica, fondando il partito monarchico (Stella e Corona), il cui intento era quello di indire un referendum per fare ritornare il Re (e meno male che non ci riuscì!).
Si racconta che per la campagna elettorale abbia speso 500 milioni di lire di allora.
La leggenda narra anche della donazione di pacchi di pasta, di scarpe da riappaiare -una prima, l'altra dopo-aver avuto la certezza del voto.
Fu presidente del Calcio Napoli.
Acquistò Jeppson, centravanti svedese pagato la straordinaria cifra di 105 milioni, prezzo record per un trasferinento di allora,
Fu sindaco di Napoli dal 1951 al '58.
Gli si riconoscono la Fontana del Carciofo in Piazza Trieste e Trento, i sottopassaggi inizialmente eleganti e l'arredo urbano della piazza medesima, con i grandi vasi di azalea nei quali erano infisse delle gabbie con i pappagallini (anche se questo durò poco).
In una notte, con un blitz, fece estirpare tutti i lecci esistenti e successivamente cambiò volto alla Piazza Municipio, modernizzandola con fontane, aiuole e alberi pregiati.
Ogni mattina i giardinieri intervenivano sull'aiuola-datario, che era diventata un cult per le foto degli sposi, aggiornando numero e mese.
Achille Lauro fu in seguito deputato e poi senatore per il MSI.
Acquistò il giornale Roma e il palazzo di Vetro di fronte al porto, e diventò editore, facendo concorrenza al Mattino.
Successivamente si improvvisò, ma questa volta senza successo, produttore cinematografico.
Comperò la splendita villa Peirce a Posillipo e ne fece la sede dell'emittente televisiva Canale 21.
Possedeva un tre alberi meraviglioso, il Karama, ormeggiato a Mergellina, e in estate lo si vedeva solcare il golfo.
Durante il suo mandato, sostenuto da una pletora di costruttori, elargì licenze di costruzione che dettero inizio a una trasformazione edilizia che fu simbolicamente descritta da Francesco Rosi nel film "Le mani sulla città" e le cui irrimediabili conseguenze sono purtroppo fin troppo visibili, specie dal mare.
Discusso ancora oggi, questa sua vita così piena e avventurosa, si concluse nel 1982.
Figlio di Gioacchino, armatore di Sorrento e proprietario di due velieri, a tredici anni per punizione fu imbarcato dal padre in qualità di mozzo, avendo circuito la donna di servizio della famiglia.
Probabilmente fu allora che si innamorò del mare.
Tornato in casa, convinse pian piano il padre a comprare vecchie navi e a ripararle per metterle in condizione di trasportare le merci nel Mediterraneo.
Gli affari cominciarono a rendere bene, le rotte si allungarono sempre di più, i porti di carico e scarico divennero sempre più numerosi e lontani fra loro. Nel tempo la flotta raggiunse la considerevole cifra di 57 navi, e Achille Lauro, che per le sue spontanee esternazioni fu chiamato da Mussolini "Pittoresco uomo di mare", divenne il più forte armatore d'Europa, prima che comparissero i più famosi armatori greci.
Con una mossa a sorpresa permise ai dipendenti della sua flotta una compartecipazione alle sue attività e qui nacque il mito del comandante, con un grosso consenso di stampo populista.
Durante a guerra fu fatto prigioniero e internato a Padula. Una buona parte delle navi della sua flotta fu affondata durante i bombardamenti.
Dopo la liberazione gli inglesi gli restituirono le navi sequestrate e gli concessero la possibilità di acquistarne alcune Liberty.
LAuro si dette un gran daffare a riparare le navi affondate e la flotta, anche se decimata, ripartì, passando poi da mercantile a passeggeri.
Si dedicò anche alla politica, fondando il partito monarchico (Stella e Corona), il cui intento era quello di indire un referendum per fare ritornare il Re (e meno male che non ci riuscì!).
Si racconta che per la campagna elettorale abbia speso 500 milioni di lire di allora.
La leggenda narra anche della donazione di pacchi di pasta, di scarpe da riappaiare -una prima, l'altra dopo-aver avuto la certezza del voto.
Fu presidente del Calcio Napoli.
Acquistò Jeppson, centravanti svedese pagato la straordinaria cifra di 105 milioni, prezzo record per un trasferinento di allora,
Fu sindaco di Napoli dal 1951 al '58.
Gli si riconoscono la Fontana del Carciofo in Piazza Trieste e Trento, i sottopassaggi inizialmente eleganti e l'arredo urbano della piazza medesima, con i grandi vasi di azalea nei quali erano infisse delle gabbie con i pappagallini (anche se questo durò poco).
In una notte, con un blitz, fece estirpare tutti i lecci esistenti e successivamente cambiò volto alla Piazza Municipio, modernizzandola con fontane, aiuole e alberi pregiati.
Ogni mattina i giardinieri intervenivano sull'aiuola-datario, che era diventata un cult per le foto degli sposi, aggiornando numero e mese.
Achille Lauro fu in seguito deputato e poi senatore per il MSI.
Acquistò il giornale Roma e il palazzo di Vetro di fronte al porto, e diventò editore, facendo concorrenza al Mattino.
Successivamente si improvvisò, ma questa volta senza successo, produttore cinematografico.
Comperò la splendita villa Peirce a Posillipo e ne fece la sede dell'emittente televisiva Canale 21.
Possedeva un tre alberi meraviglioso, il Karama, ormeggiato a Mergellina, e in estate lo si vedeva solcare il golfo.
Durante il suo mandato, sostenuto da una pletora di costruttori, elargì licenze di costruzione che dettero inizio a una trasformazione edilizia che fu simbolicamente descritta da Francesco Rosi nel film "Le mani sulla città" e le cui irrimediabili conseguenze sono purtroppo fin troppo visibili, specie dal mare.
Discusso ancora oggi, questa sua vita così piena e avventurosa, si concluse nel 1982.
venerdì 8 dicembre 2017
Il bar Vegezio
Nel 1951, la bottega che dagli anni '30 e anche prima aveva sempre ospitato un forno a fascine, cambiò decisamente volto e divenne una splendida panetteria.
Il proprietario del forno, il signor Valerio, da tutti però chiamato don Antonio, aveva fatto le cose in grande.
La porta d'ingresso era incorniciata tra due ampie lastre di marmo, che poggiavano sul muro esterno e sulle quali spiccava a lettere cubitali la scritta VEGEZIO, cognome simpatico, musicale, orecchiabile, e insolito per Posillipo.
L'interno era luminoso e ordinatissimo, l'accoglienza cordiale, in pane -in tutte le sue varietà- squisito.
Il locale ebbe successo, tanto che l'anno seguente aggiunse una nuova offerta alla clientela, e diventò il bar-panetteria Vegezio. Si occupava dell'amministrazione il figlio del signor Valerio, Salvatore, mentre l'altro figlio -l'infaticabile Strato- quando non era in negozio, era addetto alle consegne.
Al banco c'era un uomo massiccio, bruno, con dei grandi baffi neri.
Naturalmente, e conseguentemente, venne da tutti chiamato Baffone.
Baffone, come d'altra parte i fratelli Vegezio, era un gran lavoratore: gentile, veloce, sorridente e rapido, si divideva fra l'espositore del pane, la macchina del caffè, le vaschette della gelateria, la piccola vetrina dei dolci.
La mattina presto i pescatori passavano a prendere il caffè (in genere c'era sempre qualche caffè pagato, ma se anche non ci fosse stato, il signor Salvatore, nella sua generosità, avrebbe bluffato e l'avrebbe offerto lui),
Più tardi, i bambini della Cimarosa, e i ragazzini del Della Valle, prima di andare a scuola, passavano a comprare i bollini con la marmellata di mirtilli e i dolci di pasta frolla al limone per i quali la pasticceria era famosa.
Intanto il signor Strato distribuiva il pane con il camioncino.
Quando scendeva per rifornire il ristorante, giù a Giuseppone, il nipote Giuseppe, allora ragazzetto, lo accompagnava con entusiasmo.
Sperava sempre (e accadeva spesso) che si trovasse a vedere la motobarca che attraccava al pontile, dopo aver suonato la sirena, e lanciato una cima che da terra veniva raccolta e fissata all'ormeggio.
Gli piaceva vedere sistemare la passerella e sciamare in fila i bagnanti.
Altre volte si trovava con la partenza della motobarca, quando l'elica borbottante sollevava il fondo e faceva affiorare le alghe, mentre i piccoli nuotatori più arditi si tuffavano nella sua scia.
Il bar Vegezio divenne presto punto di ritrovo.
Ricordo che il signor Salvatore, quando Totonno (che bazzicava sempre lì attorno) stava per avere una delle sue crisi mattutine, con grande garbo lo prendeva sottobraccio e lo invitava a entrare con lui nel bar, offrendogli da bere e distraendolo.
Quando poi Salvatore 'o galiota, di professione portiere e poi bagnino a Riva Fiorita, saliva a comprare gli sfilatini, era tutto un fiorire di battute e di risate.
E c'era il signor Rigoli, che stupì tutti quando fuori al bar, in una delle gare di forza col signor Franchino, fu da questi sfidato ad alzare una 500 fino all'altezza dell'ombelico e la sollevò invece fino alle spalle.
Anche i Conti Del Balzo frequentavano sporadicamente il bar Vegezio.
Il Conte Mario, quello col monocolo, con la solita aria di sussiego, memore di antichi fasti, ostentava questa sua nobiltà; il fratello minore, molto più semplice e alla mano, veniva da lui redarguito perchè troppo democratico.
Il bar esiste tuttora, gestito da un nipote del signor Valerio, dal quale ha preso anche il nome.
Mi auguro che nonostante la diaspora dei posillipini veraci, possano ancora esistere a Posillipo personaggi in grado a loro volta di lasciare un segno che faccia sorridere di tenerezza e nostalgia nel ricordarli.
Il proprietario del forno, il signor Valerio, da tutti però chiamato don Antonio, aveva fatto le cose in grande.
La porta d'ingresso era incorniciata tra due ampie lastre di marmo, che poggiavano sul muro esterno e sulle quali spiccava a lettere cubitali la scritta VEGEZIO, cognome simpatico, musicale, orecchiabile, e insolito per Posillipo.
L'interno era luminoso e ordinatissimo, l'accoglienza cordiale, in pane -in tutte le sue varietà- squisito.
Il locale ebbe successo, tanto che l'anno seguente aggiunse una nuova offerta alla clientela, e diventò il bar-panetteria Vegezio. Si occupava dell'amministrazione il figlio del signor Valerio, Salvatore, mentre l'altro figlio -l'infaticabile Strato- quando non era in negozio, era addetto alle consegne.
Al banco c'era un uomo massiccio, bruno, con dei grandi baffi neri.
Naturalmente, e conseguentemente, venne da tutti chiamato Baffone.
Baffone, come d'altra parte i fratelli Vegezio, era un gran lavoratore: gentile, veloce, sorridente e rapido, si divideva fra l'espositore del pane, la macchina del caffè, le vaschette della gelateria, la piccola vetrina dei dolci.
La mattina presto i pescatori passavano a prendere il caffè (in genere c'era sempre qualche caffè pagato, ma se anche non ci fosse stato, il signor Salvatore, nella sua generosità, avrebbe bluffato e l'avrebbe offerto lui),
Più tardi, i bambini della Cimarosa, e i ragazzini del Della Valle, prima di andare a scuola, passavano a comprare i bollini con la marmellata di mirtilli e i dolci di pasta frolla al limone per i quali la pasticceria era famosa.
Intanto il signor Strato distribuiva il pane con il camioncino.
Quando scendeva per rifornire il ristorante, giù a Giuseppone, il nipote Giuseppe, allora ragazzetto, lo accompagnava con entusiasmo.
Sperava sempre (e accadeva spesso) che si trovasse a vedere la motobarca che attraccava al pontile, dopo aver suonato la sirena, e lanciato una cima che da terra veniva raccolta e fissata all'ormeggio.
Gli piaceva vedere sistemare la passerella e sciamare in fila i bagnanti.
Altre volte si trovava con la partenza della motobarca, quando l'elica borbottante sollevava il fondo e faceva affiorare le alghe, mentre i piccoli nuotatori più arditi si tuffavano nella sua scia.
Il bar Vegezio divenne presto punto di ritrovo.
Ricordo che il signor Salvatore, quando Totonno (che bazzicava sempre lì attorno) stava per avere una delle sue crisi mattutine, con grande garbo lo prendeva sottobraccio e lo invitava a entrare con lui nel bar, offrendogli da bere e distraendolo.
Quando poi Salvatore 'o galiota, di professione portiere e poi bagnino a Riva Fiorita, saliva a comprare gli sfilatini, era tutto un fiorire di battute e di risate.
E c'era il signor Rigoli, che stupì tutti quando fuori al bar, in una delle gare di forza col signor Franchino, fu da questi sfidato ad alzare una 500 fino all'altezza dell'ombelico e la sollevò invece fino alle spalle.
Anche i Conti Del Balzo frequentavano sporadicamente il bar Vegezio.
Il Conte Mario, quello col monocolo, con la solita aria di sussiego, memore di antichi fasti, ostentava questa sua nobiltà; il fratello minore, molto più semplice e alla mano, veniva da lui redarguito perchè troppo democratico.
Il bar esiste tuttora, gestito da un nipote del signor Valerio, dal quale ha preso anche il nome.
Mi auguro che nonostante la diaspora dei posillipini veraci, possano ancora esistere a Posillipo personaggi in grado a loro volta di lasciare un segno che faccia sorridere di tenerezza e nostalgia nel ricordarli.
lunedì 2 ottobre 2017
Il centro storico di Napoli negli anni '50
Ricordi di una città pulita, ordinata, di qualche rarissima automobile, di signore e signori con cappelli e guanti, di persone abbienti con abiti eleganti, e di altre più modeste ma vestite dignitosamente -come si diceva allora- nel rispetto per sè stesse e per gli altri.
Ricordi di quando si passeggiava per via Toledo, piazza Plebiscito, Santa Lucia, via dei Mille, via Chiaia.
Alle 12, da Castel Sant'Elmo, partiva un colpo di cannone.
Tutti guardavano il proprio orologio e controllavano l'ora; per molti era un segnale per affrettarsi.
Ricordi di giardinieri indaffarati, a curare e ad innaffiare i giardinetti del Molosiglio e quelli accanto al Palazzo Reale.
Nelle aiuole erano infisse delle piccole lastre di ferro, verdi, con la scritta argentata che recitava: "Cittadini, proteggete i vostri giardini".
Ricordi di gente tranquilla, che sfilava per via Roma il giovedì santo "incignando" un abito nuovo, come voleva la tradizione dello struscio, ed entrava e usciva dalle chiese per partecipare al rito dei Sepolcri. Bisognava averne visitati almeno sette!
Di fronte al Teatro San Carlo, sotto i portici della galleria, c'erano gli "sciuscià" .
Alcuni anziani, altri giovani, con delle luccicanti e mastodontiche poltrone d'ottone che sembravano troni, sollecitavano i passanti a sedervisi per farsi lucidare le scarpe.
Spesso si incontrava il pazzariello, che era un imbonitore vestito in modo eccentrico, con la feluca, giacca con le code, e bastone da lui roteato abilmente.
Lo accompagnavano tre suonatori, che sottolineavano con il rullo dei tamburi e con un piffero le meraviglie che man man venivano elencate dal succitato personaggio, che in questo modo pubblicizzava l'apertura di una nuova bottega, che era in genere una salumeria.
C'era poi il pianino, una scatola da musica montata su un piccolo carretto, e azionata con la manovella.
Ne venivano fuori nenie lente e nostalgiche, e canzoni antiche napoletane.
Quasi sempre un padre lo suonava, mentre il suo bambinetto girava tra la folla con un piattino di alluminio ammaccato, nel quale tutti, nessuno escluso, lasciavano una moneta.
I fujenti , devoti della Madonna dell'Arco, chiamati così perchè avevano fatto il voto di raccogliere le offerte senza mai fermarsi, giravano per il centro storico con il gagliardetto con l'effigie della Madonna, seguiti da una banda raffazzonata di tromboni e tamburi.
Erano tutti scalzi, con camicia e pantaloni bianchi, una fusciacca rossa in vita e una fascia azzurra a tracolla.
Un altro personaggio intramontabile e in "servizio" fino a qualche tempo fa, era un uomo che ormai sarà più vicino ai 90 che agli 80 anni.
Trascinava i piedi tenendo le punte aperte, e la mano tesa a raccogliere l'elemosina.
Lo si incontrava dovunque: a Chiaia, al Museo, a Santa Brigida, a Via Toledo, alla Stazione, a Piazza Dante.
Diceva continuamente " 'o ppà , 'o ppà - 'a zzì, 'a zzò", e ti tallonava finchè non eri costretto a lasciargli il tuo obolo.
Fuori a ogni basso c'era una bancarella che vendeva bomboloni, liquirizia, e caramelle sfuse (e gli anticorpi hanno funzionato alla grande!).
Alle 14 in punto, ogni domenica, a Monte di Dio e poi all'Egiziaca, si poteva incontrare e ascoltare un signore... d'altri tempi.
Vestito con un vecchio paletot, con un enorme collo sciallato e bordato di pelliccia, la barba bianca lunga, e le ghette che gli ricoprivano le scarpe, declamava a memoria Dante, Ariosto, la Gerusalemme Liberata di Tasso,in cambio di un'offerta.
Si vedeva che era una persona colta, e si raccontava che fosse stato un insegnante di liceo, per cui era chiamato da tutti per rispetto "il Professore".
A Chiaia e San Ferdinando ai poteva incontrare un uomo allampanato che richiamava i passanti con un filo di voce lamentoso, sperando di vendere " 'e tunninole " (le telline), mentre un altro, con una grossa cesta, mostrava la ricotta di fuscella esposta su foglie di felce e adagiata su uno sfilatino al momento dell'acquisto.
C'era anche il venditore di cèveze, gelse more, bianche e nere, raccolte in due cestini differenti.
A Piazzetta Mondragone, proveniente dal Corso, passava ogni giorno un uomo in canottiera, avanti con gli anni: era un merciaio.
Vendeva spille da balia, aghi, elastici, bottoni, chiusure lampo... Teneva riposta la sua mercanzia in un cassetto aperto, diviso in scomparti, che teneva davanti a sè ed era trattenuto da una grossa striscia di tela che gli passava dietro al collo.
Doveva aver preso idea dalle sigarettaie del Moulin Rouge e del Salone Margherita...
A Santa Brigida e fuori alla Galleria, un gobbo, piccolino ed emaciato, col mento aguzzo, aveva trovato modo di sfruttare questa sua imperfezione fisica invitando all'acquisto dei biglietti della lotteria dopo aver permesso una beneaugurante carezza sulla gobba.
Sempre nei paraggi, un venditore di cornetti di corallo, che portava infilzati sul cappello a tuba e sul bavero della giacca, dondolava una latta forata ai lati, nella quale bruciava incenso contro il malocchio.
I venditori di semi di zucca, noccioline americane e ceci abbrustoliti -che a Napoli si chiamano 'o spasso- giravano con i loro carrettini, richiamando l'attenzione dei clienti girando a brevi intervalli la corda di un fischietto a vapore.
C'era poi una donna, chiamata da tutti "la polmonara", che scendeva a Via Roma dai Quartieri Spagnoli, dopo aver fatto il giro delle macellerie, ed essersi fatta conservare gli avanzi.
Dava da mangiare a tutti i gatti che incontrava sul suo cammino, e questi la seguivano a frotte richiamati dal rumore che faceva una forchetta da lei battuta sullo scatolone di latta colmo di frattaglie.
Si incontravano spesso, nelle strade del centro, degli zingari, che in una gabbia minima portavano un pappagallino che col becco sceglieva e porgeva un piccolissimo foglio di carta velina colorata ,sul quale erano stampati tre numeri da giocare al lotto e un oroscopo raffazzonato: si chiamava "il Biglietto della Fortuna".
Il due Giugno, in concomitanza con la parata militare a Roma, anche a Napoli sfilavano le nostre forze armate. Tutti schierati a Via Caracciolo: celerini, marinai, carabinieri, allievi della Nunziatella, aviatori etc, dopo i vari saluti alla bandiera e all'autorità, arrivavano marciando fino a Via Partenope, passando tra due ali di folla.
I bambini, accompagnati dalle famiglie, sventolavano festosi le bandierine tricolori di carta e imparavano a rispettare le istituzioni -quando c'erano- .
A Natale, sollecitata dalle varie parrocchie, c'era la visita ai poveri del rione.
Tutti offrivano qualcosa.
In un palazzo storico, una famiglia che conoscevamo, ogni anno alla vigilia, organizzava una grande festa per i meno fortunati. Almeno una volta l'anno questi poveretti cenavano a tavola, serviti e riveriti, e andavano via ognuno con il suo regalo, ringraziando, benedicendo e aspettando con ansia di ripetere quest'esperienza l'anno successivo.
Poi, sempre a Natale, arrivava il circo.
Ogni anno ce n'era uno diverso. Non c'erano tende da montare perchè tutti i "numeri" si svolgevano al teatro Politeama, che veniva adattato all'uopo, spostando le poltrone per costruire una pista centrale.
Si vedevano cammelli e zebre a Via Toledo, accompagnati da pagliacci che distibuivano volantini che invitavano a recarsi allo spettacolo.
I lama e le caprette venivano portati a brucare sulla collina del Monte Echia, a Pizzofalcone, " 'ncopp' 'e mmuntagnelle" .
Ricordo la nostra grande gioia nel periodo natalizio -dato che in inverno abitavamo proprio lì- nel vederle passare quotidianamente sotto casa insieme al personale del circo.
Ricordi di quando si passeggiava per via Toledo, piazza Plebiscito, Santa Lucia, via dei Mille, via Chiaia.
Alle 12, da Castel Sant'Elmo, partiva un colpo di cannone.
Tutti guardavano il proprio orologio e controllavano l'ora; per molti era un segnale per affrettarsi.
Ricordi di giardinieri indaffarati, a curare e ad innaffiare i giardinetti del Molosiglio e quelli accanto al Palazzo Reale.
Nelle aiuole erano infisse delle piccole lastre di ferro, verdi, con la scritta argentata che recitava: "Cittadini, proteggete i vostri giardini".
Ricordi di gente tranquilla, che sfilava per via Roma il giovedì santo "incignando" un abito nuovo, come voleva la tradizione dello struscio, ed entrava e usciva dalle chiese per partecipare al rito dei Sepolcri. Bisognava averne visitati almeno sette!
Di fronte al Teatro San Carlo, sotto i portici della galleria, c'erano gli "sciuscià" .
Alcuni anziani, altri giovani, con delle luccicanti e mastodontiche poltrone d'ottone che sembravano troni, sollecitavano i passanti a sedervisi per farsi lucidare le scarpe.
Spesso si incontrava il pazzariello, che era un imbonitore vestito in modo eccentrico, con la feluca, giacca con le code, e bastone da lui roteato abilmente.
Lo accompagnavano tre suonatori, che sottolineavano con il rullo dei tamburi e con un piffero le meraviglie che man man venivano elencate dal succitato personaggio, che in questo modo pubblicizzava l'apertura di una nuova bottega, che era in genere una salumeria.
C'era poi il pianino, una scatola da musica montata su un piccolo carretto, e azionata con la manovella.
Ne venivano fuori nenie lente e nostalgiche, e canzoni antiche napoletane.
Quasi sempre un padre lo suonava, mentre il suo bambinetto girava tra la folla con un piattino di alluminio ammaccato, nel quale tutti, nessuno escluso, lasciavano una moneta.
I fujenti , devoti della Madonna dell'Arco, chiamati così perchè avevano fatto il voto di raccogliere le offerte senza mai fermarsi, giravano per il centro storico con il gagliardetto con l'effigie della Madonna, seguiti da una banda raffazzonata di tromboni e tamburi.
Erano tutti scalzi, con camicia e pantaloni bianchi, una fusciacca rossa in vita e una fascia azzurra a tracolla.
Un altro personaggio intramontabile e in "servizio" fino a qualche tempo fa, era un uomo che ormai sarà più vicino ai 90 che agli 80 anni.
Trascinava i piedi tenendo le punte aperte, e la mano tesa a raccogliere l'elemosina.
Lo si incontrava dovunque: a Chiaia, al Museo, a Santa Brigida, a Via Toledo, alla Stazione, a Piazza Dante.
Diceva continuamente " 'o ppà , 'o ppà - 'a zzì, 'a zzò", e ti tallonava finchè non eri costretto a lasciargli il tuo obolo.
Fuori a ogni basso c'era una bancarella che vendeva bomboloni, liquirizia, e caramelle sfuse (e gli anticorpi hanno funzionato alla grande!).
Alle 14 in punto, ogni domenica, a Monte di Dio e poi all'Egiziaca, si poteva incontrare e ascoltare un signore... d'altri tempi.
Vestito con un vecchio paletot, con un enorme collo sciallato e bordato di pelliccia, la barba bianca lunga, e le ghette che gli ricoprivano le scarpe, declamava a memoria Dante, Ariosto, la Gerusalemme Liberata di Tasso,in cambio di un'offerta.
Si vedeva che era una persona colta, e si raccontava che fosse stato un insegnante di liceo, per cui era chiamato da tutti per rispetto "il Professore".
A Chiaia e San Ferdinando ai poteva incontrare un uomo allampanato che richiamava i passanti con un filo di voce lamentoso, sperando di vendere " 'e tunninole " (le telline), mentre un altro, con una grossa cesta, mostrava la ricotta di fuscella esposta su foglie di felce e adagiata su uno sfilatino al momento dell'acquisto.
C'era anche il venditore di cèveze, gelse more, bianche e nere, raccolte in due cestini differenti.
A Piazzetta Mondragone, proveniente dal Corso, passava ogni giorno un uomo in canottiera, avanti con gli anni: era un merciaio.
Vendeva spille da balia, aghi, elastici, bottoni, chiusure lampo... Teneva riposta la sua mercanzia in un cassetto aperto, diviso in scomparti, che teneva davanti a sè ed era trattenuto da una grossa striscia di tela che gli passava dietro al collo.
Doveva aver preso idea dalle sigarettaie del Moulin Rouge e del Salone Margherita...
Il suo slogan era : " 'e lacce p' 'e scarpe, 'e mmooolle p' 'e mmutande!!".A Toledo gli strilloni vendevano i quotidiani, Il Mattino e Il Roma e alla sera il Corriere di Napoli.
A Santa Brigida e fuori alla Galleria, un gobbo, piccolino ed emaciato, col mento aguzzo, aveva trovato modo di sfruttare questa sua imperfezione fisica invitando all'acquisto dei biglietti della lotteria dopo aver permesso una beneaugurante carezza sulla gobba.
Sempre nei paraggi, un venditore di cornetti di corallo, che portava infilzati sul cappello a tuba e sul bavero della giacca, dondolava una latta forata ai lati, nella quale bruciava incenso contro il malocchio.
I venditori di semi di zucca, noccioline americane e ceci abbrustoliti -che a Napoli si chiamano 'o spasso- giravano con i loro carrettini, richiamando l'attenzione dei clienti girando a brevi intervalli la corda di un fischietto a vapore.
C'era poi una donna, chiamata da tutti "la polmonara", che scendeva a Via Roma dai Quartieri Spagnoli, dopo aver fatto il giro delle macellerie, ed essersi fatta conservare gli avanzi.
Dava da mangiare a tutti i gatti che incontrava sul suo cammino, e questi la seguivano a frotte richiamati dal rumore che faceva una forchetta da lei battuta sullo scatolone di latta colmo di frattaglie.
Si incontravano spesso, nelle strade del centro, degli zingari, che in una gabbia minima portavano un pappagallino che col becco sceglieva e porgeva un piccolissimo foglio di carta velina colorata ,sul quale erano stampati tre numeri da giocare al lotto e un oroscopo raffazzonato: si chiamava "il Biglietto della Fortuna".
Il due Giugno, in concomitanza con la parata militare a Roma, anche a Napoli sfilavano le nostre forze armate. Tutti schierati a Via Caracciolo: celerini, marinai, carabinieri, allievi della Nunziatella, aviatori etc, dopo i vari saluti alla bandiera e all'autorità, arrivavano marciando fino a Via Partenope, passando tra due ali di folla.
I bambini, accompagnati dalle famiglie, sventolavano festosi le bandierine tricolori di carta e imparavano a rispettare le istituzioni -quando c'erano- .
A Natale, sollecitata dalle varie parrocchie, c'era la visita ai poveri del rione.
Tutti offrivano qualcosa.
In un palazzo storico, una famiglia che conoscevamo, ogni anno alla vigilia, organizzava una grande festa per i meno fortunati. Almeno una volta l'anno questi poveretti cenavano a tavola, serviti e riveriti, e andavano via ognuno con il suo regalo, ringraziando, benedicendo e aspettando con ansia di ripetere quest'esperienza l'anno successivo.
Poi, sempre a Natale, arrivava il circo.
Ogni anno ce n'era uno diverso. Non c'erano tende da montare perchè tutti i "numeri" si svolgevano al teatro Politeama, che veniva adattato all'uopo, spostando le poltrone per costruire una pista centrale.
Si vedevano cammelli e zebre a Via Toledo, accompagnati da pagliacci che distibuivano volantini che invitavano a recarsi allo spettacolo.
I lama e le caprette venivano portati a brucare sulla collina del Monte Echia, a Pizzofalcone, " 'ncopp' 'e mmuntagnelle" .
Ricordo la nostra grande gioia nel periodo natalizio -dato che in inverno abitavamo proprio lì- nel vederle passare quotidianamente sotto casa insieme al personale del circo.
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| Venditore di ricotta di fuscella - foto da Internet |
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"Spesso si incontrava il pazzariello, che era un imbonitore vestito in modo eccentrico, con la feluca, giacca con le code, e bastone da lui roteato abilmente" - foto da internet |
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| Sciuscià (1946) - foto di Federico Patellani |
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| Venditore di ricotta di fuscella - foto da internet |
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| Via Caracciolo in una foto degli anni '50 |
lunedì 14 agosto 2017
Compere, chiacchiere e sorrisi
Tutti i posillipini che abitavano più su di Piazza San Luigi, riconoscevano come loro "centro commerciale" i cento metri scarsi che andavano da Palazzo Panagìa al viale Costa.
Sulla sinistra si trovavano tre botteghe: una cartoleria, un negozio di barbiere, e una macelleria.
La cartoleria, posta strategicamente di fronte alla scuola Cimarosa, era gestita da una coppia gentilissima e affiatata. Vi si trovavano quaderni, penne, articoli di cancelleria, carte da regalo, cartoncini, e ci si meravigliava sempre che in un ambiente così piccolo quale era, potesse entrarci tanta roba.
Subito dopo c'era il barbiere, con l'immancabile sediolone con la testa di cavallo che avrebbe dovuto convincere i bambini riottosi, a tagliarsi i capelli.
Subito dopo c'era la macelleria, di cui si occupavano marito e moglie. La signora era addetta a preparare gli hamburger, il marito aveva un modo tutto suo di affettare la carne.
Seguiva il movimento del braccio, molleggiando sulle gambe, e ne veniva fuori una specie di balletto.
Di fronte c'era la farmacia, e poi la salumeria D'Angelo, piccola ma accorsata.
Sotto palazzo Bucciero il bar tabaccheria della signora Virginia, un forno a fascine, un fruttivendolo, un fabbro, e l'altra salumeria, quella del Ricciolillo.
L'edicola accanto al pilastro della discesa del Viale Costa chiudeva la zona commerciale.
C'era poi Luciano, pescivendolo ambulante, col suo tino azzurro col pescato del giorno, o con il secchio delle cozze.
Chi invece desiderava le uova e la frutta fresca si recava da Agostino, nella sua cascina rossa di fronte alla chiesa.
Per i bambini era una gioia: questi infatti erano invitati ad entrare con lui nel pollaio e a scegliere l'uovo fresco, oppure scendevano nella campagna sottostante e raccoglievano, a seconda della stagione, arance, mandarini e fichi.
Anni prima, quando ancora la vigna non era stata sacrificata per costruire le villette dei magistrati , sotto la strada e di fronte ai giardinetti, il padre di Agostino vendeva anche un ottimo vino prodotto da lui.
Fare la spesa era un'occasione di incontro: ci conoscevamo tutti.
Ci si scambiavano notizie, battute, sorrisi.
Sulla sinistra si trovavano tre botteghe: una cartoleria, un negozio di barbiere, e una macelleria.
La cartoleria, posta strategicamente di fronte alla scuola Cimarosa, era gestita da una coppia gentilissima e affiatata. Vi si trovavano quaderni, penne, articoli di cancelleria, carte da regalo, cartoncini, e ci si meravigliava sempre che in un ambiente così piccolo quale era, potesse entrarci tanta roba.
Subito dopo c'era il barbiere, con l'immancabile sediolone con la testa di cavallo che avrebbe dovuto convincere i bambini riottosi, a tagliarsi i capelli.
Subito dopo c'era la macelleria, di cui si occupavano marito e moglie. La signora era addetta a preparare gli hamburger, il marito aveva un modo tutto suo di affettare la carne.
Seguiva il movimento del braccio, molleggiando sulle gambe, e ne veniva fuori una specie di balletto.
Di fronte c'era la farmacia, e poi la salumeria D'Angelo, piccola ma accorsata.
Sotto palazzo Bucciero il bar tabaccheria della signora Virginia, un forno a fascine, un fruttivendolo, un fabbro, e l'altra salumeria, quella del Ricciolillo.
L'edicola accanto al pilastro della discesa del Viale Costa chiudeva la zona commerciale.
C'era poi Luciano, pescivendolo ambulante, col suo tino azzurro col pescato del giorno, o con il secchio delle cozze.
Chi invece desiderava le uova e la frutta fresca si recava da Agostino, nella sua cascina rossa di fronte alla chiesa.
Per i bambini era una gioia: questi infatti erano invitati ad entrare con lui nel pollaio e a scegliere l'uovo fresco, oppure scendevano nella campagna sottostante e raccoglievano, a seconda della stagione, arance, mandarini e fichi.
Anni prima, quando ancora la vigna non era stata sacrificata per costruire le villette dei magistrati , sotto la strada e di fronte ai giardinetti, il padre di Agostino vendeva anche un ottimo vino prodotto da lui.
Fare la spesa era un'occasione di incontro: ci conoscevamo tutti.
Ci si scambiavano notizie, battute, sorrisi.
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