giovedì 4 maggio 2017

il Cantiere Posillipo

Il dottor Licastro, carissimo e bonario direttore del Cantiere Posillipo, varcava il cancello, saliva la lunga scala di legno appoggiata alla parete di tufo, e raggiungeva il soppalco che occupava la parte superiore della grotta, nel quale era stato ricavato il suo ufficio.
La sua scrivania era posizionata accanto al finestrone, dal quale si dominavano lo scivolo, lo scalone, e il porticciolo.

Era l'anno 1951.
Il Cantiere Posillipo si era occupato fino ad allora principalmente di rimessaggio e di piccole riparazioni, ma con questo nuovo direttore le cose man mano cambiarono.
Fu assunto un esperto ,un ingegnere navale, il dottor Romano. 
Piccolino, dalla testa rotonda, come rotondi erano i suoi occhiali senza montatura, e sempre vestito di nero.
Nera era anche la sua cartella, dalla quale non si separava mai e da cui spuntavano rotoli di carta da disegno di varie misure, mentre altri ne portava sotto al braccio libero.
Prendeva misure, faceva schizzi e calcoli, ed era stimato e benvoluto da tutti gli operai per la sua professionalità e la sua competenza mai ostentata.
Era molto gentile anche con noi ragazzetti e noi ne avevamo gran rispetto.

Grazie alla nostra amicizia con i figli del dottor Licastro, avevamo libero accesso alle grotte del cantiere e consideravamo un atto di coraggio inoltrarci in quel dedalo di cavità altissime e man mano sempre più buie e umide.
Ci facevamo strada tra scafi di tutti i tipi: vecchie lance, sandolini, barche a vela, gozzi cabinati.
Molti erano lì da anni, e giacevano abbandonati in fondo alle grotte. 
Fra questi c'erano dei cutter, ormai ricoperti in modo uniforme e permanente dalla polvere di tufo.
Pensavo e penso che ogni imbarcazione abbia una propria vita, una propria storia da raccontare, e vederli così dimenticati e messi da parte mi rattristava.
Quando passavamo tra le barche l'incavo per l'alloggiamento dell'elica era decisamente più in alto di noi. 
Infatti questi scafi poggiavano sulle invasature, che ne contenevano le fiancate, mostrando la linea di galleggiamento e la chiglia.
Erano gigantesche!

Verso la fine degli anni '50 fu reclutata ulteriore manodopera.
Allora erano molto in voga i costosissimi motoscafi Riva, costruiti al nord; possederne uno era considerato uno status symbol
Il Cantiere Posillipo mise a punto una versione più economica e ugualmente brillante e nacquero così il Positano e il Bermuda, e successivamente gli Olympia, costruiti nel 1960 in occasione dei giochi olimpici.

In quegli anni ci fu anche il varo di un piccolo yacht interamente costruito al cantiere: si chiamava Giorgina, dal nome della figlia del committente, e fu varato con una grande partecipazione di folla festante.

Durante l'estate, un pontone veniva a scaricare in mare dei grossi tronchi di pino tagliati longitudinalmente che, segati, sarebbero serviti per le ordinate, posizionate in ordine decrescente al di qua e al di là di quella centrale, montata nella chiglia. 
Questi tronchi rimanevano in acqua nel porticciolo alcuni giorni, per "prendere confidenza con il mare", e per noi era una festa. 
Ci rincorrevamo -saltando da un tronco all'altro- ci tuffavamo, ci stendevamo a mo' di materassino a prendere il sole.

Fra le maestranze c'era un quartetto di manovali straordinario e affiatatissimo: Enzo, dai capelli neri ricci e lucidi che veniva da Donn'AnnaCiro, dai lineamenti delicati, Vincenzo "Capa Janca" Cafarelli, Totonno " 'a mano 'e Ddio" soprannominato così perchè diceva che con la mano del Signore si riesce in qualsiasi impresa.
Erano quattro uomini forzuti che lavoravano all'aperto tra lo Scalone e lo scivolo: mettevano il grasso sulle traversine, agganciavano il cavo d'acciaio all'invasatura, che facevano scivolare delicatamente in mare, vi imbracavano con cautela l'imbarcazione, mettevano in funzione l'argano e lentamente la facevano avanzare correggendone la direzione con lunghi pali, fino a farle raggiungere la grotta. 
Ricordo anche Peppe Castiello, esperto masto d'ascia, Gigino il meccanico, Don Peppe il tornitore, che nei pochi momenti liberi ci mostrava con gli avanzi di legno come fare al tornio un bicchiere, un dado, una ciotola. Il calafato, con le sue matassine di stoppa o di canapa, lo scalpello a taglio ottuso e il martelletto, saliva la scaletta appoggiata alla "pancia" dell'imbarcazione, e pazientemente riempiva le fessure rimaste aperte nel fasciame.

Mi sembra di riascoltare lo stridìo della sega, dal suono acuto e penetrante, e di risentire tutti gli odori che hanno accompagnato la mia lontana giovinezza: denti di cane e alghe in fermentazione sulle chiglie, antivegetativa, flatting e vernice, umidità e tufo, trucioli e segatura di pino e di abete, grasso e manteca.

E ripenso a Concettina, scimmietta dispettosa, che era la mascotte del cantiere, e a Barone, splendido cucciolone nero di mastino napoletano, e la sua compagna Duchessa, dal manto argentato e gli occhioni azzurri.
Entrambi dolcissimi, avrebbero dovuto fare la guardia...

Veduta aerea di Riva Fiorita - in evidenza le grotte del Cantiere Posillipo 

Riva Fiorita , sullo sfondo il Cantiere Posillipo

Riva Fiorita

martedì 4 aprile 2017

La Villa Comunale

A mia memoria dall'anno '46 fino al '55 e anche un po' oltre, la Villa Comunale ogni domenica mattina era frequentatissima dalle famiglie. Probabilmente, con la fine della seconda guerra mondiale, si sentiva di più il bisogno di stare insieme, di riprendere le vecchie abitudini, di esorcizzare i tristi ricordi degli anni appena passati.

D'altronde i giardini ben tenuti, l'aria di mare, la passeggiata a via Caracciolo, le panchine all'ombra, invogliavano a questo tacito periodico raduno.

C'erano le balie ciociare, con le gonne blu o rosse e i grembiuli con la pettorina bordati di pizzo, che spingevano le carrozzine; c'era il venditore di semenze, con il suo cesto sul quale un paletto di legno reggeva infilzati i taralli bianchi di glassa, c'era il teatrino delle guarattelle, che affascinava i bambini ma anche gli adulti.
Ricordo un pianino che suonava in sordina le canzoni napoletane, mentre i bambini aspettavano pazientemente il loro turno per salire sui carrettini trainati dalle caprette che li avrebbero portati in giro per la Villa. Ne vedevo altri sostare presso la Fontana delle Paparelle e osservarle con meraviglia.
Il venditore di palloncini - "Guagliù, chiagnìte!"- riusciva a vendere tutta la sua merce.

Intanto una coppia di carabinieri a cavallo, lenta e placida, andava su e giù lungo via Caracciolo insieme a qualche carrozzella che portava i turisti a spasso.
A mare i canottieri vogavano, e qualche vela lontana prendeva il vento, mentre sul lungomare i pescatori tiravano una lunga corda annodata, alla quale era attaccata una rete (si diceva che fossero pagati dall'azienda di soggiorno, per fare scena!).

In Villa le bambine giocavano con il volano, i tamburelli e le corde per saltare.
I maschi con le biciclette e i pattini.
Poi c'erano i bambini "benestanti", riconoscibilissimi perchè non si sporcavano mai, stavano in disparte, e giocavano solo tra di loro. Mi dispiaceva un po' per loro.
I maschi portavano i bermuda, le femmine i vestiti a palloncino con i golfini soffici e fra i capelli i cerchietti ricoperti di panno lenci.

Anche noi andavamo in Villa - scendevamo con l'ascensore della Nunziatella -così lo chiamavano tutti- insieme ai nostri genitori e alle nostre biciclette.
Altre volte ci accompagnava il nonno materno, uomo di mare, e la tappa obbligata era l'Acquario.

Appena si entrava c'era una piccola vasca, grande come un lavabo, un po' in disparte e quasi al buio.
Vi dimorava una torpedine, e ogni volta il nonno insisteva per farcela toccare e provare la scossa elettrica.
Iniziava lui, dandoci il buon esempio, ma io ero sempre molto titubante.
Poi, tramite le sue conoscenze -conosceva sempre tutti-  ci portava a guardare le vasche dall'alto, rendendoci fieri di questo trattamento speciale, tanto da vantarci con i nostri amichetti.

A tratti un rumore strano, come di un grossissimo calabrone, rompeva il silenzio.
Era un aeroplanino pubblicitario, che trainava uno striscione con su scritto "Mobili Fogliano".
Seguiva dall'alto un lancio di volantini colorati, che distoglieva i piccoli dai loro giochi per precipitarsi a raccoglierli.

Ho un altro ricordo simpatico della Villa Comunale: almeno due volte ho assistito ad una gara che si svolgeva annualmente tra i camerieri dei bar.
Questi, correndo con un vassoio in una mano, dovevano portare una brocca e dei bicchieri colmi d'acqua dalla Casina dei Fiori fino alla Colonna Spezzata senza far versare neanche una goccia.
Noi tifavamo per un certo Pasquale, del bar dell'Hotel Vittoria, dove facevamo tappa prima di tornare a casa.

Pescatori a Via Caracciolo (qualche anno prima!) - Foto da Internet


Gara dei camerieri, in una vecchia edizione (1933) - Foto Archivio Storico Peroni


I carrettini trainati dalle caprette - immagine di autore sconosciuto da wikimedia

Io e mio fratello in una foto di tanti, tanti anni fa, alla Villa Comunale 


La Villa Comunale in una foto dal Grand Hotel o dal Consolato degli Stati Uniti a via Caracciolo

lunedì 27 febbraio 2017

Una terrazza sul mare

Costruita arditamente su una delle grotte del cantiere Posillipo, la terrazza di Villa Fernandes dove affittavamo casa e dove abbiamo vissuto tanti anni, si trova in posizione strategica.
190 scalini la separano dalla spiaggetta privata e dalla rada di Riva Fiorita e dall'alto la vista spazia da Castel dell'Ovo fin quasi a Pietra Salata.
Praticamente avevamo sott'occhio tutto quello che accadeva nel golfo.
Essendo un po' sopraelevata rispetto a questo palcoscenico naturale, ci sembrava di stare in loggione.
Di faccia avevamo il Vesuvio e tutti i paesini della costiera sorrentina fino alla Punta della Campanella.

Oltre al quotidiano passaggio di pescherecci, barche, gozzi, motoscafi e vaporetti, assistevamo dall'alto agli inseguimenti degli enormi, velocissimi scafi blu dei contrabbandieri di sigarette da parte della guardia di finanza e della guardia costiera.
Vedevamo anche un palombaro che si vestiva nella sua barca appoggio e indossava lo scafandro, l'elmo, i pesi e le scarpe di ferro. Poi si calava in acqua al centro del porticciuolo, e l'uomo che lo accompagnava cominciava a pompare aria, girando lentamente una ruota alloggiata nello scafo.
Ero bambina e tante volte ho temuto che una distrazione o un malore della persona che rimaneva in barca potessero interrompere il flusso d'aria che permetteva al palombaro di camminare e sostare sott'acqua.
Era un sollievo vederlo riemergere sano e salvo!
Non ho mai saputo quali frutti di mare raccogliesse, perchè noi lì non ne abbiamo mai trovati; ricordo però che sul fondo c'era visibilissima l'ala di un aeroplano che era stato abbattuto durante l'ultima guerra e che dopo anni fu finalmente imbracata e portata via.

Quando il sole tramontava, 'Zi Peppe arrivava con la sua barchetta, nella quale prendevano posto Gennaro il Gentiluomo, a volte Barbetta o chiunque si offrisse di accompagnarlo, e lanciava la rete.
Bisognava essere in tre.
'Zi Peppe remava in circolo, Gennaro batteva con forza due pezzi di legno sui bordi della barca, il terzo lanciava in acqua una pietra ingabbiata in una sagola, che ritirava su e lanciava di nuovo.
Noi eravamo abituati a questo rituale, e sapevamo che era un modo collaudato per catturare i pesci che, spaventati dal rumore, sarebbero finiti nella rete; però, ogni volta che li vedevo pensavo che, visti da un settentrionale o da un montanaro, sarebbero sembrati tre matti in libertà, e mi veniva sempre da ridere.

La sera, nelle notti senza luna, una o due lampare esploravano senza sosta la rada, e con la luce forte riconoscevamo gli scogli dai quali ci tuffavamo di giorno e le chiane coperte di alghe e di cozze.

Ma il ricordo più bello si riferisce al 1960, anno delle olimpiadi di Roma, durante le quali le regate veliche si svolsero a Napoli.
Vi parteciparono cinque classi: FINN, STAR, 550, Flying Dutchman, e Dragoni (in quest'ultima vinse Costantino, Re di Grecia).
Il golfo fu invaso da vele di tutti i colori, che prendevano dimestichezza con le correnti prima di gareggiare.
Arrivarono le navi scuola di tutti i paesi partecipanti, con i marinai schierati e allineati, in piedi, tutti rivolti verso la costa in atto di omaggio alla città che li ospitava.
Fu una grande festa, anche per gli occhi!
Inutile dire che erano presenti sia la Palinuro che la Amerigo Vespucci, e che, ancora una volta, notammo che erano più belle di tutte le altre.
E ancora, in estate, quasi ogni sera, in occasione di qualche festa patronale (poichè ogni paesino vesuviano festeggiava il suo santo) si udivano da lontano piccole esplosioni seguite da pochi minuti di fuochi artificiali.


Una regata dei Dragoni nei Giochi Olimpici del 1960 - Fotografia da Gazzetta.it

L'Amerigo Vespucci a Napoli - Foto dal sito http://navidalmondo.blogspot.it




giovedì 19 gennaio 2017

La danza delle ore... e delle navi

Chi ha avuto la fortuna di essere ragazzo a Posillipo tra gli anni '55-'65, ricorderà come il ritmo della giornata nelle vacanze estive, venisse scandito da un rituale quotidiano. 
Si iniziava con i gozzi dei pescatori che rientravano subito dopo l'alba; poi era la volta dei canottieri che uscivano la mattina presto; poi spuntava la prima motobarca per i più mattinieri.
Attorno alle 10, il Lily, splendido cutter azzurro, lasciava l'ormeggio di Mergellina e faceva rotta verso Sorrento o Capri. 
Le barche a remi, i "canotti", come li chiamavano i marinai, affittati da Alfonso a San Pietro ai due Frati, o da Barbetta, da 'Zì Peppe, e da'Zì Rafele a Giuseppone e a Riva Fiorita, costeggiavano le ville, passando accanto agli stabilimenti sulle palafitte.
Alle 11 in punto il Karama, meraviglioso tre alberi di Achille Lauro, attraversava il golfo con destinazione Capo Miseno.
Nel frattempo altre motobarche trasportavano i bagnanti ai lidi prescelti.
Alle 12 il sole a picco illuminava il canotto di Michele, che ritornando verso il Sirena, remava in piedi con una gamba al di qua e una al di là del baglio centrale.
Era piccolino, con un fisico asciutto da ragazzo: soltanto le rughe gli facevano mostrare i suoi anni. 
Mentre remava, si guardava attorno, augurandosi che qualcuno lo trainasse; il che, per la verità, accadeva spesso.
C'era poi il costruttore Comola, col suo splendido Riva in mogano, che allora rappresentava un sogno per tutti.
Immediatamente dopo le 13 si alzava il Forano (in italiano "Foraneo") vento che soffia perpendicolarmente alla costa, ben noto ai velisti, preceduto da una refola lieve e velocissima, quasi un brivido sulla superficie del mare.
Durante la giornata più volte i vaporetti per le isole, incrociando, si erano salutati con le sirene.

Ne ricordo due: l'Abbazia -tozza e rumorosa- che nel raggiungere Capri lasciava un gran fumo, e la Principessa di Piemonte, dalla linea slanciata ed elegante, con il fumaiolo centrale (come i piroscafi che allora disegnavano i bambini), che faceva servizio su Procida e Ischia.
Ad interrompere questa tranquilla routine nel golfo pensavano le navi, le nostre belle navi da crociera che erano una gioia per gli occhi: ilSaturnia con il gemello Vulcania, lo splendido Andrea Doria, destinato nel 1956 ad una triste fine che addolorò tutti, laMichelangelo e la Raffaello.

Quando dalla terrazza sul mare ne vedevamo spuntare una dietro la punta di Posillipo, noi ragazzini della villa ci precipitavamo per i 190 scalini che ci separavano dalla spiaggetta e nuotavamo incontro alle onde lunghe prima che queste si smorzassero sugli scogli.
Alle 17 il comandante Lauro, in costume e canottiera, rientrava aMergellina pilotando il suo motoscafo.
I marinai raccontavano che dopo l'ultimo bagno a Miseno, ancora bagnato, indossava la maglietta e si faceva calare in mare il suo tender. Dopo una mezz'ora buona compariva anche il Karama.

Al tramonto, altro stile, altra classe. 
Una goletta azzurra, dalle linee perfette, col guidone azzurro e rosso svolazzante sull'albero maestro, solcava silenziossima il mare, passando lentamente sottocosta per essere ammirata. A bordo c'era sempre il proprietario, l'ingegner Guido Platanìa, dai capelli bianchi, minuto e distinto, elegantissimo in doppiopetto blu, con foulard nel collo della camicia, spesso in piedi nel pozzetto di poppa o seduto su una sedia da regista.

Attorno agli anni '60 cambiarono molte cose.
Sempre più persone possedevano una barca, un gozzetto, un gommone.
Ai simpaticissimi motori fuoribordo Seagull, lenti e sicuri, si affiancarono gli Evinrude, i pompatissimi Mercury -che partivano di scatto- e i Chrysler.
La plastica, facendo inorridire i "puristi", pian piano iniziò a sostituire il legno. 
Anche la forma delle barche cambiò.
Dall'America arrivarono i Boston Whaler, scafi piatti con grande prendisole, adatti più ai fiumi che al mare, senza la prua tradizionale alla quale eravamo abituati.
Anche i collegamenti con le isole subirono una trasformazione: ebbero successo gli aliscafi, che cominciarono a fare concorrenza ai vaporetti. 
I passeggeri -pur di fare prima- ammettevano di prendere un autobus del mare, rinunciando al piacere di sedere all'aperto e di godere del sole, del mare, del vento.
Fortunatamente però alcuni punti fermi rimasero.
A completamento del rituale quotidiano, alle 21 il postale per Palermo partiva dal porto con un cupo suono di sirena e dopo una mezz'ora si vedeva la sua poppa scomparire dietro Capri.
Alle 22 l'inconfondibile voce di Tullio Pane cantava :
"Che m'he purtato a ffa' 'ncoppo Pusilleco si nun me vuò cchiù bbene?".

E questa era l'ultima canzone che i Posillipini ascoltavano mentre la motobarca sonora della sera faceva ritorno al Molosiglio.


La nave "Saturnia" in navigazione - immagine da Internet

La "Vulcania" - Foto da Internet
Palazzo Donn'Anna, Mergelllina e Via Caracciolo viste da Posillipo - Foto da Internet


domenica 25 dicembre 2016

Riaffiorano i ricordi...

La mattina presto, preceduto dal rumore di un clacson rauco che ascoltavamo mentre affrontava le varie curve del viale, scendeva giù alla villa il campioncino rosso del panettiere Moccia che veniva da piazza San Luigi, dove adesso c'è l'Elettroforno
Si fermava sotto al ponte che collega l'ingresso superiore della palazzina con la rampa sottostante e, circondato da mamme e bambini, apriva i due battenti del portellone posteriore, lasciando intravvedere pane, brioche, taralli e biscotti ancora caldi e profumatissimi.
Mamma comperava il pane marsigliese per papà, dei panini all'olio per noi e se eravamo stati buoni delle brioscine fatte a treccia con l'uva passa e lo zucchero bruciacchiato in superficie. 
Sarà stata la fame, ma noi bambini di allora, quando ci siamo rivisti le abbiamo ricordate ancora!

Poco dopo sopraggiungeva un'ape che portava delle barre di ghiaccio avvolte nella juta. 
Veniva sempre da San Luigi, appunto dalla fabbrica di ghiaccio. Questo veniva venduto a peso, rompendolo con un punteruolo. 
Lo compravamo tutti perchè serviva per tenere i cibi in fresco nelle ghiacciaie (antesignane dei frigoriferi) .
Noi lo spezzettavamo ancora, a casa, per raffreddare a tavola l'acqua nelle brocche.
Quest'ape spariva, poi, lasciando una lunga scia di acqua che vedevamo gocciolare tra le ruote.

Il martedì compariva Carminiello.
Personaggio di età indefinita, dai capelli a spazzola, una barba incolta e brizzolata.
Vendeva le uova che portava in un grosso paniere e che conservava nella paglia. Sulle spalle "indossava" dei serti di aglio, dei rami secchi di origano e rosmarino. 
Aveva addosso, nonostante l'origano e il rosmarino, uno sgradevole odore di pollaio e per questo tutti pensavano che dormisse con le sue galline.
Era un brav'uomo, ma questa sua peculiarità affrettava la compravendita.

Angelina, invece, veniva da Agerola, due volte alla settimana, accompagnata in macchina dal figlio che parlava poco -sopraffatto dalla madre- e che aveva il solo compito di chauffeur.
Vendeva un fiordilatte strepitoso, buonissimo! 
Era una donna svelta, rapidissima a fare i conti, furba e pettegola. Penso che andasse in tutte le ville, perchè tra le nostre conoscenze era nota a tutti.
Portava imbasciate tra una casa e l'altra, sapeva tutto di tutti e se le veniva dato spago raccontava pettegolezzi inediti.

Da mare, invece, salivano Luigi il pescatore del Casale e Umberto, che era l'ultimo fratello dei Cafarelli
Quasi tutti i giorni, o l'uno, o l'altro o tutti e due, venivano a vendere il pesce su alla villa.
Luigi in genere vendeva i polipi: li catturava con le mummarelle e li trasportava in un secchio con l'acqua di mare. 
Noi bambini ci giocavamo tirandoli fuori e lasciando che si appiccicassero alle nostre braccia con i tentacoli e le ventose. 
Poi, alle povere bestie prescelte, toccava il morso in testa e noi bambini assistevamo incuriositi e impotenti a questo che ci sembrava un rito.

Umberto, detto anche Pelle 'e Cane (non ho mai saputo perchè) , bell'uomo, alto dritto, saliva le scale seguito dai due figli, Peppino , magro e slanciato -che purtroppo morì giovane- e Rosario, piccolo e dolcissimo. 
Peppino e il padre portavano in testa un tino rotondo ciascuno, Rosario seguiva portando la bilancia di ottone su una spalla.
Mentre saliva, Umberto gridava forte : 
"Alici, Alici!" -e poi anche- " 'O pesce, 'o pesce!" e a questo richiamo spuntavano i gatti da tutte le direzioni.

A proposito di gatti...
A Giuseppone c'era una gatta simpaticissima, socievole, coccolona, con una faccina splendida.
Apparteneva a Stratuccio, ed era la mascotte dei pescatori. Appena questi attraccavano, era la prima a presentarsi, perchè sapeva che avrebbe ricevuto qualche pesciolino.
E quando tutti i canotti erano stati sistemati per la notte da Stratuccio, e fissati in fila lateralmente con le cime passate negli scalmi, la gatta, che con gran pazienza aveva aspettato la risacca, con garbo allungava la zampetta e riusciva a tirare a sè il breve capo di corda fissato nell'anello della banchina, saltava sul primo canotto e poi su quelli successivi. 
Nell'acqua sotto i paglioli trovava sempre qualche marvizzo o qualche mazzone.
Con lo stesso sistema tornava a riva.




giovedì 8 dicembre 2016

Il Natale napoletano negli anni '50

Era sentito, il Natale.
Era una festa che riavvicinava le famiglie, che faceva superare i malintesi, che faceva chiarire le incomprensioni (semmai ce ne fossero state), e riavvicinava alla religione quelli che durante tutto l'anno si erano mostrati disinteressati o indifferenti.
Eravamo davvero tutti più buoni!
Era la festa dei bambini ma anche dei poveri, che sempre, ma ancora di più in questa circostanza, erano guardati da parte di tutti con occhi commiserevoli ed aiutati con generi alimentari e con indumenti pesanti a superare l'inverno.
Il consumismo era una parola ignota.
C'erano invece l'affetto, la partecipazione; c'era il coro della chiesa alla messa di mezzanotte, c'era il suono delle campane, lo scambio sincero di auguri con tutti.
Si inviavano biglietti benaugurali ad amici e conoscenti; si sceglievano i più adatti a ciascuno e si imbucavano per tempo, affinchè arrivassero prima del giorno di Natale, e ugualmente si aspettava di riceverne.

A Santa Brigida c'era il mercato del pesce. 
Tutta la strada era occupata da vasche ripiene di tutti i pesci del golfo che sarebbero serviti per il pranzo e il cenone, e che venivano decantati dai pescatori.
Era uno spettacolo. Anche le persone che non comperavano andavano a vedere.

I padri di una volta, che si dedicavano già da tempo alla costruzione del presepe, trafficavano alacremente la sera dopo il lavoro con sughero, cartoni, colla e stelline dorate, circondati dai piccoli di casa incuriositi.
I pastori e le pecorelle venivano posizionati dai bambini più grandi; la Madonna e San Giuseppe, con il bue e l'asinello, erano soli nella stalla, perchè Gesù non era ancora nato e sarebbe toccato al più piccolo della famiglia riporlo nella mangiatoia.
Anche i Magi arrivavano in un secondo momento, perchè erano ancora in viaggio.
Le parrocchie, a loro volta, allestivano il presepe, e le famiglie portavano i figli a visitarli e a decidere quale fosse il più bello.

Le strade odoravano di caldarroste che, vendute bollenti nei piccoli cuoppi dai tanti improvvisati fuochisti di fornacelle, venivano poi messe nelle tasche per riscaldare le mani.

Durante la novena si incontravano un po' dovunque gli zampognari. In genere erano pastori vestiti con giubbotti di pecora, che venivano dalle montagne di Avellino o dall'Abruzzo nelle feste di Natale, per arrotondare le loro entrate. 
Suonavano nelle strade, e quella nenia malinconica che producevano la zampogna e la ciaramella ricordavano che all'atmosfera di festa bisognava aggiungere il raccoglimento.
Li si invitava a salire nelle case e a suonare davanti al proprio presepe, in cambio di un'offerta e di un bicchiere di vino (e a fine giornata l'alcool aveva fatto il suo effetto!).

Si andavano a dare gli auguri, facendo visita ad amici e conoscenti e scambiandosi pungitopo e vischio. Questo vischio molto bello e decorativo che, dopo qualche giorno. lasciava cadere le sue palline appiccicose!
Era anche l'occasione di "disobbligarsi" con un medico, un avvocato, un qualcuno che ci aveva in qualche modo favorito. Come dimostrazione di gratitudine si inviavano bottiglie di vino o di liquore approfittando delle festività natalizie.

Le madri, nel tempo precedente il Natale, erano andate con i mariti a scegliere l'albero. Lo avevano fatto arrivare a casa, avevano tirato fuori gli scatoloni riposti un anno prima e ripieni di palline di vetro colorate, nastri, fili d'argento, candeline e s'erano date un gran da fare ad addobbarlo al meglio.
Era una tacita gara che si svolgeva nel palazzo e tra le amicizie :
-"Hai fatto l'albero?
- "Vuoi vedere l'albero?"

Il giorno di Natale a pranzo, puntualmente, sotto il piatto del padre che fingeva di scoprirle per caso, c'erano una o più letterine. 
Il figlio o i figli, su questi foglietti comperati in cartoleria e decorati con la Natività o con un angelo, una cometa e tanta polverina d'argento, avevano scritto i soliti buoni propositi che venivano riproposti ogni anno:
-"...Vi prometto che sarò più buono.... che studierò di più... e che vi darò tante soddisfazioni!"

In genere il padre leggeva queste lettere ad alta voce, e i figli arrossivano, e ancora di più arrossivano quando dovevano recitare la tradizionale poesia.

A Napoli nelle feste di Natale nessuno rimaneva solo. 
Se in un palazzo viveva una persona singola, veniva invitata a festeggiare "in famiglia" anche se ci si conosceva soltanto di vista. E anche i poveri avevano la loro tavola apparecchiata nelle parrocchie , e dopo la cena e la messa andavano via trionfanti, abbracciando il panettone ricevuto il regalo.
Nelle case si giocava a tombola o al mercante in fiera, imbrogliando per fare vincere i più piccini.
Poi c'era lo scambio dei doni in famiglia. 
Le pretese dei bambini erano minime: degli album da colorare, dei pastelli, qualche libro, i soldatini per i maschi, una bambolina per le femmine. Per quelli più grandi il meccano e l'arte del traforo, per le bambine un passeggino e le pentoline per la cucinella.

I grandi invece si scambiavano cose utili: sciarpette, pantofole, astucci per gli occhiali, cinture.

Esisteva poi un'altra consuetudine, che i più giovani stenteranno a credere: la befana del Vigile.
I vigili allora non erano considerati come oggi dei nemici, e i pochi  automobilisti di allora rispettavano il loro ruolo riconoscendone l'autorità. 
A loro volta questi si prestavano a dare informazioni, a vigilare sull'ordine pubblico, a farsi portavoce delle richieste per rendere la città più vivibile, e per questo ricevevano molti doni. 
Li ricordo con i cappotti neri, il casco, i guanti bianchi, il fischietto, in piedi su quei piedistalli che sembravano mezzi tini capovolti, circondati da torroni, panettoni, salumi, scatolame, bottiglie. 

In quei tempi andati che la memoria si ostina a ricordare e a riproporre esisteva innanzitutto la Famiglia, e mi stupisce pensare al declino rapidissimo che ha subito l'armonia che regnava allora, quando il poco che si aveva sembrava già superfluo, e ci si accontentava e si sorrideva alla vita.

Buon Natale a Tutti!



La Befana del Vigile - foto di Renato Minopoli



Il mercato del pesce a Santa Brigida (foto da internet)

Gli zampognari (Archivio Fotografico Parisio)


sabato 12 novembre 2016

Mio padre

A distanza di 50 anni dalla scomparsa di mio padre, ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa ricordando la mia infanzia, con lui, nella nostra Posillipo di allora.

Quando eravamo bambini, mio fratello ed io, andavamo incontro a nostro padre che ritornava da lavoro in città.
Salivamo il viale, arrivavamo alla strada e sedevamo in attesa su due pilastrini di pietra che ancora esistono, fuori al cancello della villa. Parlo di tantissimi anni fa, addirittura prima degli anni '50. Il filobus che ci avrebbe riportato nostro padre era l'allora numero 40.
Era tale il silenzio della strada che lo sentivamo arrivare già da piazza S. Luigi; inoltre ci regolavamo scrutando il movimento dei cavi ai quali venivano attaccati i trolley.
Le macchine erano rarissime: in un'ora nelle due direzioni se ne potevano contare tre o quattro.
Papà arrivava, alto, snello, sorridente e distinto.
Fingeva di essere sorpreso di vederci ma in realtà ci aveva già adocchiato dal finestrino.
Era contento, era affettuoso, era una persona semplice, innamorato della vita e della sua famiglia.
Riscendevamo il viale insieme. Io mano a mano con lui gli saltellavo al fianco, cercando di tenere il loro passo, mentre lui si informava di noi, della nostra giornata. dei nostri amici.
Dopo cena, sedevamo in terrazza al fresco, sotto gli alberi, e noi ragazzini eravamo adibiti al trasporto da casa delle sedioline da regista che ospitavano man mano gli amici dei nostri genitori e i nostri vicini di casa. Nelle sere di luna piena, invece, tiravamo fuori le sedie a sdraio, per meglio apprezzare la scia argentata sul mare, dopo aver seguito il suo cammino tra gli alberi.

Soltanto il venerdì era sacro. Dovevamo tacere tutti, perchè alla radio trasmettevano la prosa. 
Papà aveva recitato da giovane in una filodrammatica con buon successo di pubblico e di critica. Segnalato a Pirandello, gli si presentò per un'audizione. Fu scelto. Sarebbe dovuto partire dopo un paio di giorni per recitare nella compagnia con Marta Abba. Tornò a casa eccitatissimo ma i suoi sogni di gloria si infransero contro il divieto assoluto di mio nonno, che lo voleva laureato come i suoi fratelli, e che mai avrebbe accettato di avere un figlio... artista.
Penso che la rinuncia dovette pesargli molto (ma allora si ubbidiva ai genitori).
Si consolava ascoltando la prosa alla radio. Molte commedie gli erano note e ne conosceva le battute a memoria.

Alla domenica, papà e io andavamo a messa. A volte alla chiesa di Bellavista, spesso al Mausoleo.
Mi piaceva la solennità di quel sacrario. Leggevo i nomi di quei caduti: mio padre, commosso, mi indicava quelli che aveva conosciuto. Per raggiungere la chiesa, oltre alla scalinata centrale, ci sono due viali laterali paralleli. Io ne imboccavo uno e mio padre l'altro e una volta arrivati su, fingevamo di incontrarci per caso. Per i miei allora pochissimi anni, questo camminare da sola lungo questa strada che mi sembrava grandissima, aveva il senso della libertà.
Altre volte andavamo nella cappellina della villa Pica, salivamo la scaletta coperta di plumbàgo turchese e la trovavamo alla nostra destra.
Era una chiesa piccolissima. Per raggiungerla c'era un cancelletto che racchiudeva uno spiazzo sterrato con tanti vasi vuoti di terracotta di varie dimensioni. Evidentemente fungeva da vivaio per qualche giardiniere.

Dopo la messa ci allungavamo alla salumeria del Ricciulillo, (il Cotugno capostipite) che allora aveva la bottega dove adesso c'è il Bar Rivalta. L'attuale palazzo infatti, non c'era ancora.
Veramente, più che una bottega quella del Ricciulillo era una grotta. Lì compravamo il latte e il pane, e ordinavamo la spesa. Un'altra tappa la facevamo dal padre di Agostino Russo. Compravamo la frutta e i fichi che venivano raccolti nella sua terra, sotto la strada, di fronte alla chiesa di Bellavista. Poi papà comprava il giornale per sè e i fiori per mamma (ginestre e margherite gialle) e tornavamo a casa.

Indossavamo rapidamente i costumi. Papà ne aveva uno blu di lana, con la cintura bianca; mia madre aveva un costume nero intero, e anche noi ragazzini portavamo queste mutandine di lana che, impregnandosi con l'acqua di mare e il sale, diventavano dei bermuda pesantissimi.

In genere, Peppe 'o Russo ci accompagnava con la barca verso Villa Martinelli.
Ricordo che davanti a Villa Carunchio c'erano due colonne ammalorate di mattoni, dai quali si tuffavano i bagnanti. Li guardavo estasiata. Non vedevo l'ora di "farmi grande" per poterli emulare, ma non ci riuscii mai, perchè il mare le spazzò via da un anno all'altro. Altre volte affittavamo la barca e ci recavamo sull'altro versante.La nostra meta erano le lunghe gialle chiane di tufo di villa Maisto.

C'era una grotta, subito prima degli scogli, all'interno della quale sgorgava un'acqua sorgiva leggera, delicata e dolce. La si raccoglieva immergendo appena sotto la superficie del mare una bottiglia vuota tappata con un dito; si intercettava la vena, che quasi affiorava, e si attendeva che l'acqua la riempisse.
Per noi ragazzini era un divertimento, ma anche tanti adulti raggiungevano con le barche la sorgente. Accanto alla grotta (ormai murata!), c'era una bella spiaggia di sabbia doppia, attualmente ignobilmente ricoperta per farne una banchina solarium ad esclusivo uso e consumo dei "nuovi" inquilini del parco Sud Italia, che purtroppo ha cementificato anche quella che era una campagna selvaggia e meravigliosa.

Altre volte ci fermavamo a Villa Rosebery
La spiaggia allora era accessibile, e si tolleravano anche gli ombrelloni. Sul muraglione di fondo c'erano le garitte, e due marinai erano sempre di guardia. Io sapevo già nuotare, ma non mi spingevo mai fin sotto villa Emma perchè tutta quell'abbondanza di alghe che non permettevano di vedere il fondale, mi incuteva un certo timore.

Tornavamo a casa stanchi, abbronzati e felici.
Ci attendeva una doccia all'aperto, con la cannola posizionata sotto una quercia.
Papà, poverino, era l'ultimo e gli toccava l'acqua più fredda.
Nel pomeriggio, ogni tanto, facevamo una passeggiata avendo come destinazione la gelateria dei Nicolai a Piazza San Luigi, successivamente sostituita dai Bilancione. La specialità del signor Pietro, che forse qualcuno ricorda, era la Giardiniera: un gelato alla crema con pezzetti di frutta candita di tutti i colori.

Queste erano le nostre estati di bambini, meravigliose e semplici.
Nel nostro viale avevamo tanti amici, con i quali giocavamo a guardie e ladri, o facevamo le corse con i carruocioli o riscendevamo nel pomeriggio sugli scogli a pescare.
Ma il clou delle nostre estati si raggiungeva con la festa di Piedigrotta. Tutti noi bambini ci mobilitavamo per ritagliare a mo' di gran pavese tante bandierine di carta velina colorata e le attaccavamo con la colla fatta di acqua e farina sui fili di spago che venivano tesi da un albero all'altro. Mio fratello ed io contribuivamo anche con dei palloncini di carta di varie forme, che chiusi erano schiacciati e che si aprivano a fisarmonica; all'interno si metteva un lumino.
Li aveva portati mio nonno dal Giappone, e allora rappresentavano una rarità. Le madri partecipavano alla festa con dolciumi e pizzette; specie la signora Brescia, autrice di brioches leggendarie.

La fine di Settembre si avvicinava rapidamente e con essa purtroppo anche la fine di questa vita brada. Allora, ci aspettava il rientro a scuola e dovevamo lasciare il paradiso di Posillipo per la casa dei nonni, in città.
Questa era una casa molto grande, severa, con tendaggi e tappeti, dove convivevano in serenità quattro generazioni.
Ma questa è un'altra storia...